Cittadini illustri


Vittoriano Cimmarrusti, carabiniere

Nato il 18-2-1912, a 24 anni immolò la sua vita combattendo valorosamente in Africa Orientale. Si arruolò volontario e fu inviato in Somalia dove fu agli ordini del gen. Agostini. Trovò leggendaria morte nello scontro di Gunu Gadu il 24-4-1936. Su proposta del gen. Agostini gli fu decretata la Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria con la seguente motivazione: « Ferito gravemente al braccio da pallottola esplosiva, anziché avviarsi alla sezione sanità come gli era stato ordinato, ritornava sulla linea di combattimento. Scorti armati abissini in agguato sulla destra della propria centuria li attaccava a colpi di moschetto; ferito una seconda volta e non più in grado di imbracciare l'arma, proseguiva impari lotta con bombe a mano ed uccideva tre degli avversari finchè, crivellato di colpi, cadeva mortalmente ferito, sublime esempio di consapevole eroico sacrificio ». Il 7 giugno 1936 Adelfia gli tributò solenni onoranze con scoprimento di una lapide commemorativa, alla presenza del Prefetto e delle più alte autorità della Provincia. A Lui e a tutti i Caduti in guerra, il 25-5-1969, con grande solennità fu inaugurato un significativo monumento, su disegno dell'ing. V. Abbatecola.

Bernardo Attolico, ambasciatore d'Italia
Nacque in Canneto il 17-1-1880. Si laureò in Legge a Roma nel 1901. Professore di Economia e Finanza, Ispettore di Emigrazione, ebbe vari ed importanti incarichi negli Stati Uniti d'America, Canadà e Turchia. Nel 1916 fu destinato a Londra come capo della delegazione italiana per gli acquisti di guerra. Fu in seguito consigliere tecnico della conferenza della pace e delegato supplente dell'Italia nel consiglio economico supremo. Subito dopo la guerra fu inviato come ministro plenipotenziario presso la Società delle Nazioni a Ginevra; nel 1920 come Alto Commissario a Danzica e nel 1921 come vice-segretario generale della Società delle Nazioni. Poi ricoprì l'alta carica di Ambasciatore d'Italia a Rio de Janeiro, a Mosca nel 1930, a Berlino dal luglio 1935 al maggio 1940: era lì quando fu formato il patto chiamato: l'asse Roma-Berlino; infine fu Ambasciatore presso la S. Sede ed in tale qualità morì il 9 febbraio 1942. Alla consorte, contessa Eleonora Pietromarchi, il Sommo Pontefice così telegrafò: « Consapevoli della nobiltà d'animo e delle preclari doti che raccomandavano alla nostra stima e alla nostra benevolenza l'Ambasciatore d'Italia Bernardo Attolico, ne piangiamo cordialmente la improvvisa scomparsa e ne suffraghiamo lo spirito con particolari preghiere, mentre propiziamo da Dio non fallaci conforti per l'intera famiglia. Con nostra benedizione apostolica, Pio P. P. XII ». Nelle brevi vacanze l'Ambasciatore tornava volentieri nel paese nativo per il quale tanto si prodigò. A lui si deve la fondazione della Scuola Materna, poi intitolata a Vittoriano Cimmarrusti.

Don Trifone Modugno, sacerdote
Nacque il 18-2-1878, fu ordinato sacerdote nel 1901 e nominato arciprete il 6-12-1923. Don Trifone ripulì la chiesa madre, la fece decorare nel 1926, l'arricchì di preziosi paramenti sacri, sostituì le sedie con comodi banchi, fece elettrificare il sistema campanario nel 1964, trasformò i terreni del beneficio in tendoni e spalliere. Fino al 3-6-1967 fu vigile pastore ed inflessibile custode della moralità; promosse missioni popolari e ricordiamo quelle del 1934, 1935, 1950 e 1956; Fu forbito oratore: i suoi discorsi in occasione del giorno dei morti e delle prime comunioni erano canti lirici; fu polemista temuto per la sua logica a cui non si sfuggiva; fu epigrafista preciso ed efficace. Si spense la sera di Pasqua, 11 aprile 1971, all'età di 93 anni.

Vito Giuseppe Stangarone, medico
Nel 1848, appena ventenne, mosso da sentimenti liberali, partecipò attivamente ai moti insurrezionali liberali contro il governo borbonico con scritti e discorsi. Si associò al movimento progressista del tempo; insieme a Saverio Scattaglia fece parte della deputazione municipale e firmò la Manifestazione o appello della predetta deputazione a tutti i cittadini della provincia di Bari il 27 giugno 1848 e partecipò alla Dieta di Bari del 2 luglio dello stesso anno. Per questa attività fu iscritto nei registri dei misfatti della Corte criminale di Trani e tra l'altro gli fu proibito di poter proseguire gli studi in Napoli da dove fu espulso. Poté riprendere gli studi solo dopo vari anni e poté laurearsi in medicina nel marzo 1861 ed in chirurgia nel giugno 1862. I suoi sentimenti liberali sono accertati anche dal fatto che fu ostacolato nel concorso a medico del corpo delle guardie municipali di Napoli. Vinto il concorso nell'aprile 1865, il sindaco di Napoli lo nominò componente della commissione igienica, visto che « in momenti difficili ha fatto buona prova di sé ... con la sua intelligente e patriottica operosità ». Si avvicinava la grande prova del colera, scoppiato in Napoli ed in varie zone dell'Italia meridionale. Vito Giuseppe prestò servizio sanitario assistendo i colerosi nella sezione Porto « servendo gratuitamente il Municipio per avere a causa di sua individuale filantropia rinunziato all'emolumento ». Il 19 novembre 1865 decedeva a causa della stessa malattia da cui aveva salvato molte persone.

Antonio Cafaro, avvocato
Antonio Cafaro nacque in Montrone il 27-10-1845 dal notaio Nicola e da Francesca Danisi. Compì gli studi elementari in paese, i ginnasiali ed i liceali in una scuola privata di Trani, e quelli universitari a Napoli dove si laureò in giurisprudenza il 14-9-1867. Poco prima, il 16-8-1866, aveva conseguito il diploma di maestro elementare in Napoli, dove insegnò, come supplente, nella scuola serale di San Domenico Maggiore nel marzo 1868. Nell'aprile 1868 iniziò la carriera di magistrato come Uditore Giudiziario presso il Tribunale di Napoli; il 13-2-1876 entrò nell'Avvocatura Erariale, appena istituita, e fu nominato Reggente Sostituto Procuratore Erariale a Napoli e nello stesso anno promosso Sostituto Avvocato Erariale. Il 1887 fu trasferito a Palermo e nel 1892 a Roma. Il 1898 fu inviato a Trani, quale Avvocato Erariale Distrettuale. Il 30 giugno 1915 andava in pensione col titolo onorifico di Vice Avvocato Erariale Generale. Si spense quasi improvvisamente il 7 gennaio 1919. Fu sepolto in una tomba erettagli nel lato destro del cimitero; vi si ammirano in alto il suo volto e le immagini della Fede e della Giustizia, scolpite dall'artista Sabatelli di Bari.

Giordano VI dei Bianchi Dottula, marchese di Montrone
Nacque in Montrone il 31-1-1772 dal marchese Luigi e da donna Francesca Dottula e battezzato il 5-2-1772: gli furono imposti i seguenti nomi: Giordano, Gaetano, Pietro, Nicola, Giuseppe, Antonio e Trifone. Studiò a Napoli e fu a fianco dei rivoluzionari del 1799 contro i Borboni; combatté valorosamente con l'esercito napoleonico agli ordini di Gioacchino Murat, a Marengo (14-6-1800) e fu sempre fiero della palla che gli aveva forato il mantello. Dal Murat, divenuto Re di Napoli, fu nominato Ciambellano di Corte e Presidente del Consiglio Generale della Provincia di Bari nel 1814. Tornati a Napoli i Borboni, Giordano esulò in Francia e Svizzera. Poi si fermò a lungo a Bologna e nella nativa Montrone scrivendo poemi, traducendo classici. Sposò Teresa Gaetani di Aragona, donna di elette virtù. Non subì rappresaglie da parte della Corte borbonica perchè protetto e dal nonno materno, Giordano Dottula, e dal suocero Conte Gaetani, Maresciallo di Campo ed Aiutante Generale del Re Ferdinando II, dal quale il Re fu accompagnato nel suo viaggio a Bari nel 1831. Fu in questa occasione che il Re, il 5-5-1831 lo nominò Intendente della Provincia di Bari; tale incarico Giordano mantenne fino al 1841; promosso poi consultore di Stato, si trasferì a Napoli dove morì il 19-2-1846. Giordano fu sepolto nel cimitero di Poggioreale, nella cappella della congrega di San Ferdinando. Fu ottimo intendente e nel decennio della sua amministrazione Bari e la provincia video compiute ed avviate opere pubbliche lungamente attese, come strade di comunicazione tra vari paesi; promosse le industrie, i commerci e gli studi. « Egli è il solo Intendente di cui la regione non abbia a dolersi ... », scrisse il Perotti, perciò Bari lo onorò intitolandogli una via della nuova città e l'Istituto Magistrale. Come letterato è considerato caposcuola dei « puristi »; fu maestro di Basilio Puoti e questi del De Santis; è autore di vari componimenti poetici. Fu amico del Monti, di Pietro Giordani, del Foscolo e di altri letterati del tempo. Portò il nome di Montrone fuori dai confini; è chiamato « il Marchese di Montrone » o soltanto « il Montrone ». Le sue opere pubblicate sono le seguenti: 1) « Il Peplo » (canti in morte dell'amico Ludovico Salviati); 2) « Prometeo »; 3) « Manfredi Re »; 4) « L'Armonia » (in memoria di Paisiello); 5) « Canto della Virtù »; 6) « Il Plenilunio » (poemetto in onore della moglie); 7) « Ercolano »; 8) « Rime Sacre »; 9) Sonetti vari; 10) Discorso sul Cinismo; Discorso sullo stato presente della lingua italiana; discorsi vari. Altre opere: 1) traduzione in terza rima delle Satire di Giovenale e di 45 Odi di Orazio; 2) « Lorenzo il Magnifico », poema incompito; 3) « Mergellina » (poemetto); 4) « Il Cinto », ultima opera in occasione delle nozze della cognata Costanza Gaetani.

Domenico De Nicolai, marchese di Canneto di Bari
Domenico Nicolai nacque da G. Battista e da donna Chiara Guerrieri dei Gonzaga il 2-4-1778. Suo padre era forse il più ricco signore della provincia di Bari. Domenico per ragioni di studio girò molto fuori del Napoletano e dimorò a Roma, Pisa, Padova ed altrove, conoscendo uomini di pensiero, illustri letterati, ardenti patrioti. Anche egli fu ardente e convinto carbonaro. Fu eletto deputato al Parlamento e si mostrò subito patriota intransigente ed inflessibile contro i Borboni. Fu l'unico deputato a rifiutare l'indennità parlamentare, stabilita in sei ducati al giorno. Accolse la Costituzione del '20 come un vero « patto sociale » che bisognava rispettare ed attuare a tutti i costi, come disse al Parlamento il 6 ottobre. Voleva che il popolo divenisse protagonista e non continuasse il servilismo. Ma il popolo era immaturo alla grande lotta politica. ra i vari discorsi tenuti nel Parlamento va ricordato quello dell'4-11-1820 in cui reclamava la netta distinzione dei poteri tra re e parlamento. Ancora più forti i suoi discorsi del 7-12-1820 e del 15-2-1821 che rimasero memorabili e con cui si oppose al famoso viaggio del re Ferdinando a Lubiana. Costretto poi dagli eventi, essendogli stati confiscati tutti i beni, dovette andare in esilio a Barcellon prima e poi a Marsiglia, dove si guadagnava il pane, lui prima ricchissimo, dando lezioni di letteratura e di storia, illustrando il suo Dante che conosceva profondamente, battendosi sempre per l'Italia e la sua risurrezione. Nessuno forse espiò il suo amore alla libertà come e peggio del Nicolai, considerato dai circoli borbonici il nemico numero uno tra i deputati del '20-'21. A Marsiglia nel 1832 conobbe il Mazzini e si iscrisse alla « Giovane Italia ». Lasciò pochi scritti come « Memorie acerbe ed onorate » (l'edizione inglese è del 1833-34) e « Sull'Italia », pagine scritte verso il 1830 e pubblicate postume nel 1860. Morì poverissimo a Marsiglia il 28-4-1842. Dei suoi beni espropriati il « Casino di don Cataldo » fu acquistato dai signori Fascina di Loseto ed il palazzo marchesale prima passò in proprietà del duca Stuart, residente a Madrid, creditore dei Nicolai e poi al conte Emanuele De Grasset, che nel 1870 lo vendette alla signora Rosa Cavallo. Dopo altri passaggi il palazzo fu acquistato dalla parrocchia di Canneto.

Notizie prelevate prevalentemente dal testo "Adelfia - Cenni storici" di Luigi Stangarone