La storia di Adelfia


Adelfia è un comune italiano della provincia di Bari, in Puglia.
Fu istituito nel 1927 dalla fusione dei comuni di Canneto di Bari e Montrone. Tale unione fu stabilita dal Regio Decreto 29 settembre 1927, n. 1903 (n. di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale 2203). Questo il testo completo: 
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Unione dei comuni di Canneto di Bari e di Montrone in un unico Comune denominato "Adelfia".
VITTORIO EMANUELE III
PER GRAZIA DI DIO E PER VOLONTA' DELLA NAZIONE
RE D'ITALIA

In virtù dei poteri conferiti al Governo col R. decreto-legge 17 marzo 1927, n. 383;
Veduta la lettera n.407615, in data 16 settembre 1927, del Ministero delle comunicazioni - Direzione generale delle poste e dei telegrafi;
Sulla proposta del Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, Ministro Segretario di Stato per gli affari dell'interno;
Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1
I comuni di Canneto di Bari e di Montrone sono riuniti in unico comune denominato "Adelfia".
Art. 2
Le condizioni di tale unione, ai sensi ed agli effetti dell'art. 118 della legge comunale e provinciale, testo unico 4 febbraio 1915, n. 148, saranno determinate dal prefetto di Bari, sentita la Giunta provinciale amministrativa.
Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nell raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a San Rossore, addì 29 settembre 1927 - Anno V

VITTORIO EMANUELE
MUSSOLINI

Visto, il Guardasigilli: Rocco.
Registrato alla Corte dei conti, addì 19 ottobre 1927 - Anno V
Atti del Governo, registro 265, foglio 121 - SIROVICH. 
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Come dimostrano rinvenimenti in varie zone del paese di antichi sepolcri che risalgono presumibilmente tra il VI ed il V secolo a.C., il territorio di Adelfia fu abitato già nell'epoca pre-romana. E' anche certo che di qui passarono gli invasori: Goti, Greci, Longobardi, Franchi, Saraceni e Normanni. Il primo documento storico, in cui sono menzionate Canneto e Montrone, è la bolla del papa Alessandro III del 28 giugno 1172, in cui sono indicati i paesi soggetti all'autorità dell'arcivescovo di Bari, Rainaldo, e tra gli altri: « ...Monteronum, Lositum, Cannitum... ». Montrone e Canneto, però, hanno avuto storie diverse.

STORIA DI MONTRONE

Le notizie sull'origine di Montrone le abbiamo grazie agli scritti del padre gesuita don Cataldo De Nicolai, dei marchesi di Canneto.
Nel 982 un commerciante bizantino di nome Roni Sensech, che era in fuga da Bari a causa dell'invasione delle truppe longobarde comandate da Ottone II, trovò una piccola altura e vi si stabilizzò. Nacque così un piccolo villaggio denominato Mons Roni, che contava 31 abitanti, compreso un sacerdote bizantino al quale si deve la prima cappella e la prima immagine sacra: quella della grotta della Madonna del Principio, raffigurante la natività di Gesù Cristo. Marco, figlio di Roni, ordinò che fosse costruita la cappella sulla primitiva grotta; la costruzione ebbe inizio nel 1086 e la cappella fu consacrata da Ursone, arcivescovo di Bari. In quel periodo si contavano circa 250 abitanti, che aumentarono nel 1156 per la distruzione di Bari ad opera di Guglielmo I, detto il Malo. Nel 1167 il Re di Sicilia Guglielmo II il Buono riconobbe l'università di Montrone con ordinanza del 18 novembre del 1167 e la diede in feudo a Goffredo Tortomanni o Tortamano, cui succedette Pasquale de Palma nel 1191, che sposò la figlia del Tortomanni, di nome Geronima. Nel 1266 Carlo I d'Angiò donò il feudo al suo luogotenente Rodolfo de Colant e, nel 1276 lo stesso Rodolfo de Colant lo vendette alla famiglia Sparano di Bari per premiarlo dell'aiuto prestato contro Manfredi e Corradino di Svevia. Morto Sparano da Bari, Carlo II, il 28 aprile 1294, investì il figlio di Sparano, Giovanni. Nel 1339 il feudo fu ceduto al nobile napoletano Gualtieri Galeota. I suoi successori lo alienarono in favore del siciliano Gualtiero di Aspruch nel 1380, ma ne fu privato da Carlo III di Durazzo, il quale lo donò al suo aiutante di campo Riezio Clignetti. Nel 1390 egli lo vendette al nobile barese Nicolò Dottula che dotò il borgo di un castello turrito, nucleo dell'attuale palazzo marchesale, e ne mantenne il possesso fino al 1417, anno in cui fu venduto a Nicolò Fusco di Ravello. Nel 1423 egli lo vendette a Niccolò Offieri di Nocera. I suoi discendenti lo alienarono nel 1481 al duca di Atri e conte di Conversano, nella persona di Andrea Matteo, figlio di Giuliantonio Acquaviva. Ferdinando il Cattolico, vincitore degli Aragonesi, nominò feudatario nel 1504 Tommaso Paleologo, detto il Greco. Gli Acquaviva erano stati favorevoli ai vinti e perciò persero il feudo, ma poco dopo lo riacquistarono e ne ebbero conferma da Carlo V. Nel 1519 il feudo passò a Giambattista o Gurone Galeota (o Galeoti) e fino al 1629 il feudo fu posseduto dalla sua famiglia. Essendo stato il primo barone che fissò dimora nel feudo, fece ingrandire la torre e la cappella del Principio con la costruzione di altri due altari per la comodità della popolazione salita a 500 anime; fece fondere sul piccolo campanile due campane, fece venire da Napoli due pittori per dipingere le camere del nuovo palazzo ed anche la chiesa a sue spese; perciò il popolo, a dimostrare la sua gratitudine, la sera di Pasqua del 1521, si radunò dinanzi al palazzo baronale in segno di gioia. Lo stesso barone, sempre a sue spese, fece riempire le tre grotte dinanzi alla cappella: fu allora che mentre si cercava di colmarle, fu notata sul muro l'immagine della Madonna, coperta però di fango e di erba. Era l'immagine dipinta dal prete greco all'origine del paese. Il barone fece posare l'immagine sull'altare maggiore, dove prima era collocato il presepio in pietra. L'operazione del trasloco fu difficile e delicata; fu completata nei primi di settembre e da allora, la prima domenica di detto mese, si ricorda l'avvenimento con grande festa. Nel 1629 il feudo andò al principe di Valenzano Aurelio Furietti. Nel 1696 egli vendette il feudo ad Alessandro Bianchi, capostipite dell'ultima famiglia baronale. Possiamo ricordare fenomeni naturali e meteorologici dal 1600 al 1800, comuni alla zona. I più notevoli sono: la grande siccità, del 1630 e del 1709; la pioggia di sabbia per una grande eruzione del Vesuvio il 16 dicembre 1631; le forti scosse di terremoto nel maggio 1632 e 1731; l'abbondante nevicata del gennaio-febbraio 1745, alta fino a coprire le pareti delle strade di campagna e quella dal 5 marzo al 2 aprile del 1768 che fece seccare tutti gli olivi; il vento impetuoso e gelido del 13 e 14 marzo 1747 che fece gelare tutti gli alberi ed infine la violenta grandinata del 15 maggio 1768 che falciò i seminati, spezzò alberi e ruppe tetti e grondaie. Nel 1706 risulta marchese di Montrone Giacomo Capece-Zurlo, di famiglia napoletana. Nello stesso anno crolla la chiesa madre, che fu ricostruita fino al 1726. I Capece-Zurlo eressero nel palazzo marchesale la cappella di S. Rocco, poco prima del 1709. Anche a Montrone fu eretto "l'albero della libertà" dei napoleonici, ma fu tolto 2 giorni dopo. Il 5 aprile 1799, in seguito all'uccisione del trombettiere dell'esercito napoleonico, di passaggio in Terra di Bari, ad opera di un montronese di fede borbonica, furono uccisi oltre 80 cittadini, inclusi quelli che si erano rifugiati nella cappella della Madonna del Principio. Con il ritorno dei Borbone fu innalzata una croce a memoria dell'eccidio. Nello stesso anno, i documenti storici presenti nel palazzo marchesale e nell'archivio parrocchiale furono saccheggiati. Nel 1806 Giuseppe Bonaparte, re di Napoli, abolì la feudalità e le "università" furono convertite in Comuni, retti dai Decurionati. Anche a Montrone sorsero le società dei "Carbonari", e poi dei liberali o antiborbonici. Dal 1815-1820 in poi tutta la zona della provincia di Bari fu soggetta alla diffusione del brigantaggio. Nel famoso 1848, un gruppo di liberali cercò di scuotere gli animi dei montronesi, ma la maggior parte dei cittadini era fedele ai Borboni, e si organizzarono in una "Guardia Nazionale", che divenne poi una Guardia cittadina provvisoria, il cui capitano era, come comunicato dal sindaco Domenico Stea, Giovanni Ricchetti, e il vice-capo Vincenzo Di Nanna. Durante gli anni dell'annessione al Regno d'Italia, ha inizio lo sviluppo edilizio del paese « fuori la porta ». Fino all'epoca feudale, la popolazione è vissuta nella parte vecchia, chiusa da una doppia porta, come si può osservare in una tela del '600 conservata nel palazzo marchesale. Sul lato destro dell'arco della prima porta è scolpita la data più antica: A.D. 1452. Le più cospicue costruzioni della parte nuova si devono in gran parte all'ingegnere montronese Francesco Scattaglia ed ai maestri muratori Michele, Domenico e Pietro Modugno, Luigi Labellarte e Sabino Dioguardi. Nel decennio 1880-1890 una grave crisi colpì la nostra provincia per la superproduzione di vini che non trovavano sbocco all'estero; grande era la miseria della classe operaia; nel 1897 si presentò la crisi per lo scarso raccolto di cereali e nel 1899 i nostri vigneti furono distrutti dalla fillossera. Fatta l'Unità d'Italia, primo sindaco fu Vincenzo Di Nanna: fu sindaco dal 1861 al 1866 e di nuovo dal 1870 al 1873. Gli subentrò l'avv. Giuseppe Lovecchio Musti, che durò più a lungo, dal 1784 al 1883 e nuovamente, dopo il notaio Michele Pasquale Stangarone fu sindaco dal 1888 al 1901: complessivamente per oltre un ventennio; di lui si ricorda l'equilibrio e la parsimonia nelle spese pubbliche. A lui si deve la costruzione della sede del vecchio Comune, ad angolo tra la via Valenzano e via Rutigliano, terminata nel 1879.
Dall'inizio del secolo fino al dopoguerra primeggiarono l'avv. Luigi Angiuli, sindaco il 1902 e dal 1914 al 1920, e l'avv. Michele Stea di Luigi, sindaco dal 1903 al 1911. All'avv. Stea subentrò come sindaco il dott. Filippo Stangarone, che lasciò la carica nel 1914 perchè chiamato alle armi. In quella prima guerra mondiale perdettero la vita 53 cittadini montronesi. Nel 1915, sindaco l'avv. Luigi Angiuli, arrivò da noi prima l'acqua e poi la luce elettrica. Subito dopo la prima guerra mondiale sorse la villa comunale dove prima stava una delle tre « neviere » (le altre erano sull'Aia e a Coppola Rossa), di proprietà dei marchesi di Montrone; le neviere fornivano in estate il ghiaccio anche ai paesi viciniori. Sulla villa furono piantati tanti alberi quanti furono i Caduti in guerra. Nelle elezioni del 7-12-1924 la maggioranza fu conquistata dal partito fascista, con sedici seggi su venti. Il partito fascista era stato fondato in Montrone da Luigi Volpe, che fu il primo segretario politico; secondo segretario fu Luigi Macchia di Gaetano, ex combattente in Africa e nella prima guerra mondiale.
  
STORIA DI CANNETO DI BARI

Nell'antichità Canneto forse fu frazione e necropoli di "Celiae", importante città della Peucezia. Diverse sono state le ceramiche ritrovate nel territorio di Canneto, in maggior numero che a Montrone.
Secondo don Cataldo le origini di Canneto risalgono al secolo XI, quando i Normanni, guidati da Roberto il Guiscardo, verso il 1056 scesero in Puglia per cacciarvi i Greci. Fu proprio nell'assedio di Bari, che durò quattro anni, dal 1067 al 15 aprile 1071, che i Normanni si accamparono nelle nostre campagne, adatte per loro per i campi di canne. Quel luogo dove cominciarono a costruire capanne fu chiamato Cannitum. Nel 1071 Roberto concesse il dominio su quella terra ad uno dei suoi più valorosi cavalieri: Giosué Galtieri, di nobile famiglia di Messina,, il quale sposò Beatrice Curcelli di Taranto e forse morì nel 1095. Il figlio del predetto, Domenico, sposò Cesarina Nenna nel 1116 e morì il 1169. Nel 1141 a Canneto si contavano già cento abitanti. Beatrice, figlia del Galtieri, sposò in quell'anno 1141 il nobile napoletano Alfonso Balbiano che costruì il Castello con un'alta torre; la costruzione durò dal 1146 al 1153; fu anche fatta una galleria sotterranea, lunga forse due chilometri che serviva da rifugio. Alla morte di Domenico Galtieri (1169), rimase padrona del feudo la figlia Stella Beatrice col marito Alfonso Balbiano, sposato nel 1141. Nel 1153 Ruggiero il Guiscardo annoverava Cannitum tra le Università o Comuni della Terra di Bari. Nel 1186 la signora si ammalò gravemente, ma il giorno di Pasqua avvenne il miracolo della guarigione, per cui in segno di ringraziamento fu costruita la cappella di S.Maria della Stella. Rimasto alla famiglia Balbiano, il feudo nel 1432 fu venduto a Nicolò Antonio de Ofieri, di Napoli, con l'approvazione del Re Alfonso di Aragona. L'anno successivo Bernardo De Ofieri lo vende al napoletano Giacomo Passarelli. Dopo circa trenta anni il feudo passò al signore barese Giovanni Giron (o Gerundi) nel 1463, anno in cui si contavano 497 abitanti, che, poco dopo, nel 1478, furono decimati da una terribile peste. In quell'anno fu edificata la cappella di S.Maria di Costantinopoli nell'attuale piazza Roma. Nel 1719 il feudo fu venduto a don Carlo de Nicolai, dei baroni di Arfavilla di Francia, che fu il primo marchese di Canneto. Alla morte di questi, avvenuta il 16 agosto 1730, diveniva marchese di Canneto il figlio primogenito, Domenico (fratello maggiore di Don Cataldo), che sposò Maddalena Anna Spinola e morì nel 1758. Il feudo passò nel 1758 a Francesco Paolo che sposò Elena Casone dei Conti di Villanova e morì il 4 settembre 1775, nel 1776 a Giambattista che sposò Chiara Guerrieri dei Gonzaga di Mantova e morì nel 1814 e nel 1840 a Carlo, figlio del precedente e fratello del grande patriota Domenico. Nel 1799 il marchese di Canneto Giambattista Nicolai sostenne la repubblica partenopea e né lui né i cittadini ostacolarono il passaggio delle truppe francesi. Il sindaco del tempo, Michele Ferrante, scriveva il 19 marzo 1800 al Governatore che l'albero della libertà era stato innalzato il 7 febbraio 1799 per appena mezz'ora di tempo. Allo stesso posto, a spese del marchese, fu messa una croce di pietra. Insieme al marchese prese viva parte alla rivoluzione il notaio Baldassarre Turi, che tentò un'insurrezione nel 1848 contro l'inviso governo borbonico, rappresentato allora dal temuto Intendente Luigi marchese Aiossa, successore del marchese di Montrone, Giordano de Bianchi Dottula. Canneto fu sede di uno dei 35 mandamenti del Circondario di Bari con giurisdizione anche su Montrone, Loseto, Sannicandro e Valenzano ed era sede dell'Agenzia delle Imposte, dell'Ufficio del Registro e della Pretura, che per molti anni funzionò nel palazzo marchesale. 

STORIA DI ADELFIA

Nel 1926 partì da Canneto la proposta della fusione dei due Comuni, caldeggiata dai fratelli Colella, che avevano raggiunto una solida posizione per il commercio dei vini. Quando si trattò di dare il nome al nuovo Comune, Luigi Volpe suggerì « Montelarino », zona che sta a cavallo tra i due Comuni, nome forse di un antico borgo, distrutto dal tempo; fu preferito il nome « Adelfia », indicato dal prof. Michele Gervasio, storico ed archeologo. La parola deriva dal greco "adelphos" che significa "fratelli". Il nuovo Comune iniziava la vita amministrativa affidata a Commissari prefettizi. Il 14-4-1928 si insediò il primo Commissario, dott. Giacinto Perrone, consigliere di Prefettura, che il 22-8-1928 fu sostituito dal colonnello Giuseppe Mazza. Il 10-1-1929 Adelfia ebbe il primo podestà nella persona del cav. Luigi Borandini che nello stesso anno fu sostituito da due commissari: il 9-2-1929 da Vito De Novellis, che era anche Segretario Comunale e dal 9-4-1929 dal dott. Carlo Passarelli, consigliere di Prefettura. Dal 9-10-1929 inizia la sua attività politico-amministrativa l'avv. Filippo Pirro di Raffaele, prima come Commissario e poi come Podestà; durerà in carica fino al 1935, avvalendosi della collaborazione come vice-podestà dell'avv. Raffaele Colucci. Si deve tra l'altro all'attività dinamica del comm. Pirro, tra il 1934-35, lo sventramento di via Roni e la sistemazione della ex Piazza della Rivoluzione, antistante il palazzo marchesale di Montrone e la sistemazione della cappella del Principio, come si legge in una lapide situata sulla facciata della Cappella. Negli anni 1927-1932 ci fu il restauro e l'adattamento del palazzo Sabini a Scuola Elementare a Canneto e la sistemazione con giardinetti della piazza De Grecis; nel 1932 fu deciso anche il primo lotto della fognatura. Dal 20-5-1935 subentra come podestà l'ing. Gaetano Stea, che si dimise nel dicembre 1936 e sostituito dal Commissario avv. Ruggiero Serrano. Il 10-12-1937 fu nominato podestà il dott. Filippo Rubini, che restò in carica fino al maggio 1940, collaborato dal comm. Luigi Colonna, quale commissario. In questi anni fu aperta in Montrone la via Borgo e a Canneto fu sistemata piazza Roma, con la separazione del fabbricato annesso alla torre dell'Orologio dal palazzo Marchesale, che prima erano uniti, e fu costruita la G.I.L. (sede statale; la vecchia sede della caserma dei Carabinieri con annesso carcere mandamentale fu adattata a scuola materna, realizzazione appoggiata dall'ambasciatore Bernardo Attolico. Cominciano gli anni difficili della seconda guerra mondiale, che provocò la caduta del fascismo. Dopo le dimissioni del dott. Rubini, Adelfia ha prima come commissario, nel maggio 1940, il col. Giuseppe Milella, poi nel giugno successivo il comm. Luigi Colonna e nell'agosto dello stesso anno il dott. Vincenzo Rubini, che nel settembre 1942 fu nominato podestà: fu l'ultimo podestà di Adelfia. Caduto il fascismo e perduta la guerra, alla quale Adelfia partecipò con numerosi suoi figli nei tanti campi di battaglia, sui quali si immolarono 47 montronesi e 34 cannetani, fu prima nominato, nell'ottobre 1943, quale commissario l'avv. Bernardo Attolico, omonimo e cugino dell'ambasciatore, valente avvocato nel foro napoletano, e poi, dopo la sua immediata rinunzia, fu nominato commissario l'avv. Pietro Traversa, che dovette far fronte alle tante difficoltà di quel burrascoso periodo. 

Notizie tratte prevalentemente dal testo "Adelfia - Cenni storici" di Luigi Stangarone