Curiosità adelfiesi

pagina a cura di Vito Nicassio
ANNIBALE “MENZ ALLA CHIAZZ’ D’ MONDREN”

Tempo addietro ebbi una conversazione con la giovane e brillante Nunzia Ferrante. Si parlava della inevitabile propensione dei cultori di storia locale a ingigantire i fasti del passato della propria terra. A tale scopo Nunzia mi narrò di aver incontrato uno studioso cegliese il quale vantava che Annibale, il mitico condottiero cartaginese, era transitato per Ceglie del Campo all’epoca della seconda guerra punica. Ci facemmo una grossa e grassa risata. Sembrava una balla di dimensioni megagalattiche. Già, sembrava proprio una balla ! Debbo riconoscere, a distanza di tempo, che forse c’era davvero poco da ridere poiché, effettivamente, vi sono alcuni autorevoli studiosi che questa ipotesi l’hanno ventilata per davvero sulla base di concrete tracce storiche. Ma viepiù. Le ricostruzioni del transito dell’esercito cartaginese per Ceglie conduce all’inevitabile conseguenza che Annibale tra il 212 e il 210 a.C. è verosimilmente passato anche per il territorio di Adelfia, territorio che costituiva parte integrante della città dell’antica Ceglie.
Questo dato inquietante emerge chiaramente dalla ricostruzione storica fatta da Anna Mangiatordi nel suo recentissimo volume “Insediamenti rurali e strutture agrarie nella Puglia centrale in età romana” ed. Edipuglia. Le traccia storiche di questo passaggio rinvengono da quanto riportano due storici dell’epoca: Tito Livio (vissuto a cavallo tra il I° secolo a.C il I° sec. d.C.) e Appiano di Alessandria (storico greco vissuto a Roma nel II° secolo d.C.).
Stando a quanto riporta Livio, nel 214 a.C. – sono passati due anni dalla memorabile battaglia di Canne – Annibale era accampato a Salapia (città che sorgeva a pochi chilometri dall’attuale comune foggiano di Trinitapoli) dove si legò sentimentalmente ad una donna del posto. In quell’anno, mentre i Romani riconquistavano alcune città della Daunia, Annibale inviò le truppe scelte dei Numidi e dei Mauri a saccheggiare i territori dei “Sallentini e i proximi Apuliae saltus”. Il riferimento sembra al territorio barese. Alcuni studiosi ipotizzano che Ceglie non si fece saccheggiare perché offrì spontaneamente vettovaglie e ausilio ai Cartaginesi. Il collaborazionismo di Bari e Ceglie con i Cartaginesi è desunto dalla vendetta Romana che si consumò al termine della guerra. Infatti, si ipotizza che intorno al 201 a.C. parti consistenti del nostro territorio furono acquisiti all’ager pubblicus romano e distribuito tra i veterani delle guerre appena terminate nella misura di due iugeri (mezzo ettaro circa) per ogni anno di servizio prestato. Da Salapia, Annibale si portò a Taranto per conquistarla. La Mangiatordi ritiene non improbabile che il percorso seguito sia stato quello costiero per poi volgere a sud attraversando il territorio della Puglia centrale. Appare evidente che ad uno stratega militare non era indifferente percorrere territori non ostili come evidentemente si era dimostrata l’importante città di Ceglie. Taranto fu presa nel 212 a.C.. E’ a questo punto che un passo di Appiano di Alessandria ci fornisce un dato prezioso. Parlando di Annibale, lo storico dice: “… E avendo affidato ad Annone l’incarico di dirigere l’assedio di Taranto, Annibale se ne torno nel paese degli Iapigi”. In quello stesso anno si consuma la prima battaglia di Herdonia (attuale Ordona nel Foggiano). Una seconda battaglia di Herdonia si consumerà nel 210 a.C. La Mangiatordi ipotizza che Annibale lasciò Taranto per dirigersi ad Herdonia. Se effettivamente attraversò il territorio iapigio, il condottiero aveva due soli percorsi stradali praticabili : 1) o percorrere un tratto della Via Appia – che passava approssimativamente da Laterza, Gravina - e dopo averla lasciata all’altezza di Venosa si sarebbe diretto da quest’ultima città ad Herdonia; 2) oppure percorrere la via “a Varis per compendium Tarentum” che congiungeva Ceglie con Taranto per poi prendere la Via Minucia che proprio nel centro abitato di Ceglie si intersecava con la via per Taranto. La studiosa ritiene che quest’ultima ipotesi sia sicuramente preferibile dal punto di vista strategico, atteso che non è immaginabile che Annibale sia passato da Venosa, città fortificata da sempre alleata dei Romani, dalla quale poteva temere imboscate. Risalire la Puglia attraverso Ceglie significava percorrere un territorio di gran lunga più sicuro. E’ a questo punto che il passaggio per il territorio di Adelfia appare inevitabile, poiché è opinione generalmente riconosciuta che la strada “a Varis per compendium Tarentum” nel terzo secolo a.C. passasse proprio per il territorio del nostro Comune. Di questa strada ne parta l’Itinerario Antonino (datato terzo secolo d.C). Ma, è certo che questa strada esistesse da ben prima dell’arrivo dei Romani. Si pensa che furono i Peuceti a realizzarla. Circa il suo itinerario - almeno fino all’epoca tardo repubblicana – sono molti gli studiosi che confermano che questa strada partiva da Bari, attraversava Ceglie, e si dirigeva verso sud dove intersecava il territorio di Adelfia e proseguiva verso Monte Sannace (Gioia del Colle), Mottola, Massafra, ed infine Taranto. Diversi studiosi pur non concordando sul tratto finale di questa strada sono unanimi nel ritenere che Adelfia fosse attraversata da questa strada (Degrassi, Adamestanu, Marin, Silvestrini). Il Ruta ritiene più dettagliatamente che quella strada da Ceglie si fosse diretta verso Valenzano, e da qui, nel territorio di Montrone. La tesi è supportata dalla presenza dell’agro di Montrone di una strada che a tutt’oggi gli anziani indicano con l’appellativo della “vecchia tarantina”, o meglio conosciuta con il nome della via di “Castello” ovvero quella strada vicinale che si diparte dalla via Vecchia di Casamassima all’altezza dell’ex macello comunale (Coppola Rossa per intenderci). In effetti, quella strada prosegue ad ovest di Casamassima e raggiunge Gioia del Colle, a da qui prosegue verso sud fino a Taranto. Appare chiaro, inoltre, che costituisce un quasi rettilineo proseguimento di quella strada a nord, la Via Vecchia di Casamassima, Via Santa Maria della Pietà, Piazza Trieste, Corso Umberto I, Via Chiancaro. La Via Chiancaro prosegue in agro di Valenzano attraverso una strada interpoderale che raggiunge il centro storico di Valenzano. Questa constatazione potrebbe portare a ritenere che l’ipotesi ventilata dal Ruta potrebbe essere corretta.
A questo punto, se le ipotesi del Ruta (passaggio per Montrone della “Varis per Tarentum compendium”) e della Mangiatordi (passaggio di Annibale su quella strada) fossero corrette dovremmo dedurre che nel 212 a.C. Annibale con il suo seguito di elefanti e di migliaia di soldati cartaginesi, numidi, mauri calpestò quel tratto di strada ove ora sorge la piazza di Montrone. Ahahahaha ! Mi viene da ridere solo a pensarlo: "Annibale menz’ alla chiazz di Mondren !!!" Ma, potrebbe anche essere verosimile.
 

- SI CHIAMAVA URSULUS

Si chiamava così il primo abitante del territorio di Adelfia di cui v’è traccia storica. Tempo addietro vi parlai di una misteriosa lapide di marmo con epigrafi latine rinvenuta nel 1883 in Adelfia presso la contrada Tesoro. Ringrazio Nunzia Ferrante per aver fatto le ricerche bibliografiche del caso e aver ritrovato le tracce di questo importante monumento della nostra storia. La stele si trova oggi esposta nel museo svizzero dell’Università di Zurigo. Le sue dimensioni sono cm.22-28 X cm. 29-30 X cm. 2,8) Si riporta integralmente il testo dell’epigrafe:

D(is) M(anibus)
URSULUs
VIXSIT AN=
NIS XXXXV. FE=
CIT COIUX BE=
NE M(e)R(enti) FECIT

Facendo appello alle mie modeste reminiscenze scolastiche del latino, traduco l’epitaffio come segue: “Agli Dei Mani, Ursulus di 45 anni. La consorte gli rese merito”. Spero che persone più preparate possano dare una traduzione più appropriata e corretta. Gli studiosi hanno datato l’epigrafe alla seconda metà del II secolo dopo Cristo. Gli stessi ritengono che l’utilizzo del solo cognomen stia a significare che costui fosse uno schiavo. E’ lui il primo abitante del nostro territorio che ha lasciato tracce del suo nome. E’ vissuto ben 900 anni prima che i Normanni e i Greci fondassero rispettivamente Canneto e Montrone.
Ma non è tutto. L’epitaffio risulta inciso sul retro di una lastra sulla quale risulta incisa una epigrafe molto più antica. Sul retro si intravede l’apice di una lettera “S” di grandi dimensioni. Si immagina che la lapide non sia altro che un frammento di una grande lastra che prima ancora di essere recuperata dalla moglie di Ursulus fosse stata utilizzata in precedenza in un monumento di grandi dimensioni. Forse poteva essere una iscrizione funeraria di un personaggio di alto rango vissuto in precedenza. O forse ancora una dedica apposta su qualche monumento di rilievo. In ogni caso, costituisce l’indizio della presenza di opere nella stessa area ben più importanti della lapide di uno schiavo. Monumenti i cui resti forse giacciono sepolti sotto i nostri piedi e che forse non vedranno mai più la luce. Mi auguro che questo ignoto primo cittadino di Adelfia, un giorno lo si ricordi. Magari intitolandogli una delle strade del nostro paese.
La lastra fu trovata nel terreno di un bottaio che si chiamava Nicola Massari, il quale l’avrebbe donata ad un tale Alessandro Loherl, commerciante tedesco che viveva a Bari. Secondo una prima ricostruzione fatta da Regio Ispettore delle Antichità di Bari che all’epoca si occupò del caso, fu il Loherl a cederla al museo svizzero. Secondo i documenti contenuti nel museo svizzero le cose sarebbero andate diversamente. Ivi risulta che a consegnare l’epigrafe fu un tale Alessandro Mori, allievo del Ginnasio di Zurigo, figlio di un ufficiale Italo – tedesco morto a Bari. Il Mori avrebbe consegnato la stele al Prof. H. Grob il quale nel 1888 la espose tra i reperti della sua Collezione. Appena due anni più tardi, tutta la collezione fu consegnata al Museo Nazionale di Zurigo. La nostra lapide risulta inventariata con il n.”4043”. Nel 1914 tutta la collezione venne trasferita all’Università di Zurigo, ove ancora oggi si trova, inventariata con il nome “Ursulus".
- ERANO DROGATI !

I primi uomini che che vissero ad Adelfia erano verosimilmente dei drogati. Siamo abituati a credere che i primi popoli che abitarono la nostra terra furono i Peuceti, un popolo forse di origine Illirica che si insediò a partire dal VII a.C. Indubbiamente, le necropoli rinvenute nel nostro paese nelle contrade San Leo, Tesoro, Fieno, Annetta, ecc. contenevano manufatti di origine peuceta risalenti al periodo intercorrente tra il VII° e il IV sec. a.C., ma qualcuno ha rinvenuto in quelle necropoli cocci di ceramiche, amigdale, e bulinii di pietra appartenenti ad epoche molto più antiche. Sorge il sospetto che l’uomo abitasse il nostro territorio già da qualche secolo, se non forse da qualche millennio prima che arrivassero i Peuceti. La difficoltà di individuare civiltà preesistenti deriva dal fatto che i rinvenimenti archeologici di materiali affiorati sul terreno era frammisto ad oggetti chiaramente Peuceti che hanno indotto a ritenere che tutto appartenesse alla civiltà ed alle epoche di questi ultimi. Forse le cose non sono andate affatto così. E’ molto più probabile che l’ondata migratoria dei Peuceti si insediò negli stessi posti in cui vivevano in precedenza le popolazioni indigene – o perlomeno provenienti da precedenti ondate migratorie - per cui i reperti degli uni finirono con confondersi con i reperti degli altri. Questo non accadde dappertutto. Ci sono posti in cui i Peuceti non arrivarono. Uno di questi posti, estremamente significativo, è la zona della contrada “Caravella”, nella quale ora sorge il Palazzetto dello sport. Nei dintorni di quell’area - stando alle testimonianze di vecchi agricoltori - furono rinvenuti circa 40 anni fa almeno tre tombe a camera del tutto anomale. Il vasellame ivi rinvenuto non aveva nulla di paragonabile con il vasellame peuceto. Furono trovati una serie di vasi di fattura molto grezza e primitiva bordati con fasce orizzontali di colore rosso. Ma quello che fu del tutto sorprendente fu il rinvenimento di una stele tufacea con incisione con strani disegni. Quella stele rimase per qualche anno su un muretto a secco. La vidi anch’io. Avevo 12 anni. Poi, scomparve. Evidentemente qualcuno aveva capito il suo immenso valore archeologico. Su di essa erano scolpito tre cerchi, ognuna di essi sormontati da un tronco di piramide ed un pugnale a lama triangolare, oltre ad altri segni grafici e figure antropomorfe. I tanti testimoni che la videro la descrivono ancora in maniera assolutamente univoca. I contadini credevano che fosse una mappa. Nulla di tutto ciò. In Puglia sono state rinvenute molte stele di pietra. Molte nel Foggiano (quelle di Castelluccio dei Sauri e Monte Saraceno sono le più antiche, quelle daunie di Salapia, Siponto, Ascoli Satriano, Ordona, sono le più recenti ecc.), qualcuna nel Leccese (Cavallino, Arnesano, ecc.). Nel Barese – fatta eccezione di qualche statua menhir a Bisceglie e Trani – nulla. Quella di Caravella, sarebbe stato un rinvenimento più unico che raro in tutto il territorio di Bari. I suoi disegni sono ricorrenti nelle stele rinvenute nelle parti più disparate dell’Europa. Il pugnale con la lama triangolare appare sulle stele antropomorfe già dall’età del rame, a partire dal 3000 a.C.. Sono le sfere sormontate dal tronco di piramide rovesciato rovesciato che destano la massima curiosità. Nelle stele daunie di Siponto e Salapia (datate dal IX al VI sec. a.C.) quel simbolo appare nel 70% di tutte quelle rinvenute. Vengono raffigurate come pendenti legali alla cintola di donne che sembrano identificare delle sacerdotesse. Fino a qualche anno fa gli archeologi ritenevano che fossero dei “kymbali”, ovvero dei dischi dorati che emettevano un suono che si credeva allontanasse gli spiriti maligni. Questa convinzione è perdurata fino a quando l’archeologa Laura Leone, ha scoperto che in alcune stele da quei pendagli si dipartono delle foglie. E’ evidente che debba trattarsi di vegetali. Ma quale ?
Il disegno del cerchio e del tronco di piramide è un grafema che richiama un'unica pianta: il baccello del “papavero sonnino”, il papavero dai fiori viola, meglio conosciuto in dialetto come la pianta della “papagna”. Ancora oggi vegeta spontaneamente nelle nostre campagne. Da esso si estrae una sostanza alcaloide che è alla base di molti i allucinogeni (oppio, eroina, morfina). Sempre nelle stele daunie sono raffigurate scene nelle quali queste presunte sacerdotesse dispensano questo misterioso fiore a guerrieri e infermi. E’ evidente che fosse la pianta sacra delle popolazioni protostoriche che vissero nei nostri territori. E’ assai facile intuire che in un momento in cui la medicina era sconosciuta, la somministrazione di queste sostanze sapientemente dosata produceva stati di insensibilità alla paura e al dolore, o veri e propri stati di incoscienza e allucinazioni. Gli effetti narcotici e analgesici che produceva l’assunzione del papavero doveva essere considerato magico o sacrale. Le testimonianze delle stele attesterebbero che la religione di questo popolo si incentrò sulla somministrazione di questa droga. Ma noi sappiamo anche che l’assunzione di queste sostanze genera dipendenze. E’ immaginabile che divenne un formidabile strumento di potere ed assoggettamento sociale da parte chi la dispensava. Ed ecco che la stele di “Caravella” assume un significato storico sinistro ed inquietante: Contiene la rappresentazione dei simboli del potere religioso e politico dei primi uomini che abitarono la nostra terra. E furono la droga e le armi. Già, gli stessi simboli della criminalità organizzata del mondo contemporaneo. Drammaticamente gli stessi. La funzione di quelle icone identifica l’essenza ancestrale dell’asservimento al potere di ogni tempo. Il potere si sorregge sulle dipendenze e sulle paure che riesce a suscitare nei propri sudditi. Amo la storia perché da risposte al presente e indica i percorsi futuri. L’emancipazione civile di un popolo dipende esclusivamente dal suo grado di affrancamento dalle dipendenze e dalla paura.
- ALLA RICERCA DELL’ARCA PERDUTA

Lo scempio che ha subito il nostro patrimonio culturale, storico e artistico nel corso dell’ultimo secolo è incommensurabile. L’abbattimento del palazzo dell’ambasciatore Attolico negli anni ’60 è stata una ferita gravissima che ha subito il nostro territorio e la nostra storia. Ma, putroppo, non è stata l’unica. Una traccia di devastazioni ancora più risalenti, e non meno gravi, emergono da alcuni documenti. All’Archivio di Stato di Bari, Sezione Monumenti e Scavi, F VIII, Canneto è custodita una lettera del 07.03.1894 inviata al Prefetto dell’epoca dal Regio Ispettore agli Scavi e ai Monumenti. Dalla lettera si apprende che nel 1888 in un terreno sito a km.2 a nord –ovest dall’abitato di Canneto, nella contrada Tesoro, di proprietà di un certo M. Nassari fu rinvenuta una LASTRA DI MARMO CON ISCRIZIONI ROMANE. La lastra fu donata ad un cittadino tedesco di nome Alessandro Leher. Il contenuto delle iscrizioni era stato inviato al Mommsen, famoso storico tedesco dell’epoca, il quale l’avrebbe pubblicata sul Bollettino Archeologico Germanico. Ma da una lettera del Ministro della Pubblica Istruzione del 23.02.1894 risulta, purtroppo, che l’iscrizione romana sulla lastra marmorea non era mai stata pubblicata. La lastra fu rinvenuta all’interno di un sepolcreto venuto alla luce nel 1883. Il ministro ebbe a lagnarsi con la Prefettura per essere stato tenuto all’oscuro del rinvenimento. L’ispettore Nitto De Rossi rispondeva al Prefetto testualmente con queste agghiaccianti parole: “Procurai di ricercare cosa fossero questi antichi oggetti e rinvenni che questi non meritavano alcuna considerazione con ciò che essi appartenevano al periodo della decadenza dell’arte romana”. Reperti ed iscrizioni romane erano state rinvenute nel nostro territorio ben prima che fosse scoperta la villa sulla Prov.le Adelfia – Loseto, ma tutto era finito miseramente nel dimenticatoio. Saccheggio compreso. Quella lastra è importantissima. Non certo possiamo immaginare di ritrovarla, atteso che sicuramente costituisce parte integrante di qualche collezione privata in chissà quale oscuro posto del pianeta. Ma il contenuto dell’iscrizione potrebbe essere ritrovata. Faccio un appello alla sensibilità del nostro sindaco e di tutti gli ambienti culturali del nostro paese affinché venga promossa una tale ricerca per metterla a disposizione del patrimonio storico della nostra cittadinanza. E’ sicuramente la più risalente delle testimonianze scritte che l’uomo abbia lasciato nel nostro Comune. E’ la prova della colonizzazione romana del nostro territorio. Furono loro a trasformare e a pianificare lo sfruttamento agricolo delle nostre campagne. Furono loro a realizzazione la trama e dell’ordito dell’odierna viabilità. Furono loro che segnarono i confini e condizionarono l’urbanizzazione dei due centri abitati nati mille anni più tardi. Ritrovare il contenuto di quella iscrizione significa ritrovare l’Arca della Santa Alleanza della nostra Comunità con il proprio passato.
- L’ENIGMA DELL’ALLINEAMENTO DELLE CHIESE

Qualcuno si è mai chiesto perché e in base di quale logica sono stati individuati i luoghi in cui sorgono alcune delle chiese e cappelle del nostro territorio ? La loro allocazione non è affatto casuale e rispetta direzioni e distanze che sono straordinariamente costanti. Ve ne dico alcune. La linea che congiunge la chiesa della Madonna della Pietà (la chiesetta della Madonnella sulla Via Vecchia per Casamassima) e la Chiesa di San Nicola (Chiesa madre di Montrone) è orientata sull’asse nord – sud con una leggera rotazione di 1,5° in senso orario rispetto al meridiano geografico. Anche la linea che congiunge la chiesa di Santa Maria della Stella di Canneto alla Cattedrale di Bari ha un orientamento parallelo alla linea sopracitata che congiunge Chiesa madre di Montrone e chiesetta della Madonnella (1,5° in senso orario rispetto al meridiano geografico). Inoltre, la linea che congiunge la chiesa di Santa Maria della Stella e la Cattedrale di Bari coincide a sud per larghi tratti rettilinei con la via di “Annetta”. Tra le due linee – che abbiamo detto sono parallele – v’è una distanza costante di 1066 metri lineari circa. Vieppiù, la perpendicolare alle suddette linee che passa dalla chiesetta della Madonna di Torre a Sannicandro dista rispettivamente 2842 metri circa (rispetto all’asse Madonna della Stella – Cattedrale di Bari) e 3907 metri circa (rispetto all’asse chiesetta Madonna della Pietà – Chiesa Madre di Montrone). Che relazione v’è tra le suddette distanze ? I numeri 1066, 2842 e 3907 sono multipli del numero 355, 20.
1066 / 355,2 = 3
2842 / 355,2 = 8
3907 / 355,2 = 11
Ma la distanza di metri lineari 355,2 non la troviamo solo tra le meridiane delle precitate chiese (ruotate di 1,5° in senso orario rispetto a quelle geografiche). Tale distanza è ricorrente tra molte delle strade vicinali del nostro territorio. La Via Fornello (quella che si diparte dalla circonvallazione sud dopo l’incrocio con la Via Vecchia di Casamassima) è un rettilineo che scorre sull’asse est – ovest con una leggerissima rotazione in senso orario di 1,5°. Talchè la retta che descrive è perfettamente perpendicolare agli assi delle nostre chiese. La Via Fornello è perfettamente parallela con la “Via della Difesa senza uscita” (strada che si trova sulla Via vecchia per Casamassima meglio conosciuta per essere quella ove vengono piantati i mortai dei pirotecnici durante la festa di San Trifone). Quest’ultima strada è ovviamente anch’essa perpendicolare agli assi delle chiese e ruotata di 1,5° rispetto al parallelo geografico. La distanza tra le predette strade è ancora una volta pari a m.355,20 circa. Vieppiù il prolungamento verso ovest della Via Fornello intercetta il Castello Federiciano di Sannicandro. La sua distanza dall’asse delle chiese di Montrone è 6571 metri circa (esattamente 18,5 volte m.355,20). Quella dall’asse di Via Madonna della Stella è 5506 metri (esattamente 15,5 volte 355,20). Quella dall’asse della Madonna di Torre è 2664 metri (puntualmente 7,5 volte m.355,20. Ancora una volta il numero 355,20 compare nelle dimensioni di multipli e suoi sottomultipli. Qualcuno di Voi ricorderà come era la masseria Sacchetti prima che il mito della frontiera della viticoltura convogliasse sul nostro territorio carovane di pionieri che hanno macinato i ruderi e le ossa dei nostri avi. Ebbene la perpendicolare da quel punto all’asse Cattedrale di Bari - Madonna della Stella – strada di Annetta è pari a metri 710 circa: il doppio del nostro numero magico (m.355,20 x 2 = m.710,4.). Potrei continuare ancora. Credete che ci sia un significato religioso, misterico, cabalistico o peggio ancora “esoterico e magico” nella ricorrenza di questo numero ?
A Voi le risposte. In ogni caso, la soluzione dell’enigma ve la darò tra 24 ore… e posso promettervi che rimarrete sconvolti. Sappiamo pochissimo del nostro passato. Di certo il nostro presente non è affatto casuale.

Possiamo dipanare il mistero osservando un altro punto nel quale la misteriosa distanza dei 355,20 metri ricorre ancora. Sulla Via Loseto all’altezza del rinvenimento della “villa romana” si può notare come la stessa si erga su un terrapieno delimitat
o ad ovest da un’alta muraglia che in alcuni tratti supera i tre metri. Quel muro per un largo tratto è orientato da nord verso sud con una leggera rotazione in senso orario. Provate ad indovinare di quanto ? Esattamente 1,5° rispetto alla meridiana geografica. Provate ad immaginare a questo punto quanto dista quel muro dall’asse Cattedrale Bari - Madonna della Stella – Via Annetta ? Il responso lascia scioccati: La loro distanza è 710 metri circa. Due volte la nostra unità di misura. A questo punto appare chiaro che in queste distanze c’è lo zampino degli antichi Romani che colonizzarono il nostro territorio a partire dal 315 a.C.. Anno nel quale nel corso delle guerre Sannitiche una legione raggiunse l’antica Ceglie, importante città peuceta nella cui orbita era il nostro territorio. La distanza di metri 355,20 equivale ad un multiplo di una precisa unità di misura dei Romani. Equivale a “10 atti”. Un atto (actus) era pari a metri 35,52.. Venti atti (m.35,53 x 20= m.710,40) era il lato di un quadrato che costituiva la “centuria”. La centuria costituiva l’unità base nella quale veniva frazionato il territorio acquisito “all’ager pubblicus”. Ogni centuria (200 iugeri corrispondenti ad attuali 50 ettari circa) veniva a sua volte frazionata in unità più piccole in ragione della fertilità del terreno e distribuite ai coloni. Vi erano due tipi di assegnazioni: quelle di diritto romano (le unità assegnate erano tutte uguali) quelle di diritto latino (le assegnazioni venivano fatte in ragione del rango e dell’importanza dell’assegnatario). Il territorio immediatamente a sud della città di Bari fu sicuramente oggetto di una centuriazione romana. Lo attesta il “codex coloniarum” nel quale si cita l’esistenza di un “ager varinus” nel quale fu sicuramente ricompreso il nostro territorio. Come avveniva una centuriazione ? L'ager centuriatus veniva tracciato da un agrimensore il quale segnava due assi stradali perpendicolari tra loro: il primo generalmente in direzione est-ovest, chiamato "decumano massimo" (decumanus maximus), il secondo in direzione nord-sud, detto "cardo massimo " (cardo maximus). Tuttavia per ragioni pratiche, l'orientamento degli assi non sempre coincideva con i quattro punti cardinali: spesso seguiva invece la conformazione orografica dei luoghi, anche per assecondare la pendenza del terreno e favorire il deflusso dell'acqua piovana lungo le canalizzazioni di bonifica che venivano tracciati. Successivamente venivano tracciati da una parte e dall'altra degli assi iniziali i cardini e i decumani secondari (limites quintarii). Erano assi stradali posti paralleli ad intervalli di 100 actus (circa 3,5 km). Il territorio risultava così suddiviso in superfici quadrate chiamate saltus. La rete stradale veniva ulteriormente frazionata con altre strade parallele ai cardini già tracciati ad una distanza tra loro di 20 actus (710,40 m). Le superfici quadrate risultanti da questa ulteriore divisione erano le "centurie". Talchè ogni saltus era composto generalmente da 25 centurie (5 x 5). Tale dimensione delle centurie durante l’epoca imperiale, mentre in precedenza si era fatto uso di centurie più piccole di 10 actus (i fatidici m.355,20). Sui cardi e i decumani, nonché sui limes (confini interni) che delimitavano le porzioni fondiarie assegnate (sortes) venivano realizzate strade, muretti a secco, canali di scolo. Ivi si apponevano fitte, termini, cippi, are pagane, ecc. Perfino le case rurali e le ville dei coloni erano costruite lungo le strade che delimitavano le centurie. In mancanza di documenti storici che attesti la data, e le modalità delle assegnazioni del “ager varinus” ogni ulteriore deduzione appare azzardata. Uno degli autori che ha studiato e approfondito i caratteri dell’ager varinus è stato Raffaele Ruta
http://emeroteca.provincia.brindisi.it/Archivio%20Storico%20Pugliese/1992/Articoli/BariEtorino.pdf
Costui dà importanti notizie in merito al territorio di Adelfia. Alla nota 20 di pag. 43 è data la spiegazione del nostro enigma.

Le chiese ed edicole cristiane nel territorio dell’Impero hanno spesso distanze costanti perché esse sorsero su cippi e termini, o in prossimità di strade ed intersezioni che delimitavano i confini delle singole centurie o delle singole proprietà. Sp
esso erano allocate sui cardini e i decumani della centuria e la delimitavano. Il Cristianesimo superstizioso e oscurantista del Medioevo non comprendeva affatto il significato di queste vestigia del passato. Le ritenne simulacri pagani … addirittura demoniaci. Vestigia da distruggere e da purificare con la sostituzione di esse con edicole, altari e chiese cristiane. Ed ecco che tutto appare più chiaro. Ci sono solidi elementi che portano a ritenere che il “cardo massimo” attraversasse il territorio di Canneto. Un passo di Livio narrato alla nota n. 4 di pag. 32 chiarisce che il cardo massimo divideva in due il borgo antico di Bari. Il Ruta narra che il cardo passava per la Via Vaccarella in prossimità della chiesa della Madonna dei Sartori a Carbonara (strada che costeggia l’ospedale “Di Venere” e si congiungeva con la Prov.le Ceglie - Canneto. Anche in questo caso notiamo la vicinanza di una chiesa. A questo punto, larghi tratti di Via Annetta a Canneto appaiono coincidere perfettamente con la direzione e il verso del prolungamento di questa ipotetica direttrice. V’è un ulteriore dato: il “cardo massimo” aveva una larghezza standard di 20 piedi (pari a m.5,97). Dimensione perfettamente compatibile con la larghezza di Via Annetta. Pertanto, l’asse Via Annetta, Chiesa di Santa Maria della Stella, Via Vaccarella a Carbonara e la Cattedrale di Bari sono tutti allineate su di una unica direttrice) Era molto probabilmente il “cardo massimo” dell’Ager Varinus. Il 1° cardo ad ovest (distante m.710,4 dal cardo massimo) passava verosimilmente lungo il muraglione che delimita ad ovest il terrapieno della villa romana rinvenuta in contrada Tesoro. Il 2° cardo passava qualche decina di metri ad ovest rispetto al Castello dei Fascina (m.710,4 x 2 dal cardo massimo). Anche questo cardo interseca in territorio di Bitritto una cappella rurale. Il 3° cardo ad ovest lambiva l’attuale sede stradale della Autostrada Bari Taranto (m.710,4 x 3 dal cardo massimo). Il 4° cardo intersecava la chiesetta della Madonna di Torre (m.710,4 x 4 dal cardo massimo). Il quinto cardo (detto anche quintario) delimitava il saltus. Passava a poche decine di metri dall’unica curva presente sulla Prov.le Adelfia Sannicandro. Il 1° cardo ad est (m.710,4 ad est dal cardo massimo) lambiva il lato ovest della lama Montrone, passava attraverso l’attuale Via Vivaldi e proseguiva a sud con un percorso per larga parte coincidente con la Via per la contrada Sacchetti dove intersecava la masseria che fu distrutta (non è da escludere a questo punto che risalisse ad epoca romana). Il 2° cardo ad est percorreva il sito dell’attuale Via Ciro Menotti (m.710,4 x 2 dal cardo massimo), Il 3° cardo ad est verosimilmente passava a pochi metri dal grande albero di pino che si trova sull’unico dosso dell Prov.le Adelfia – Rutigliano (m.710,4 x 3 dal cardo massimo). Il 4° cardo ad est intercettava il sito dell’attuale Prov.le Adelfia – Rutigliano nel punto di intersezione della stessa con la strada vicinale che provenendo da Via Piscina di Rondinelle prosegue per via Sirenga (m.710,5 x 4 dal cardo massimo). Il 5° cardo (quintario) ad est lambiva il sito dell’attuale deposito di rottamazione dei veicoli sulla prov.le per Rutigliano. Ciascuna delle centurie delimitate sull’asse nord sud dai cardi era frazionata in ulteriori “sortes” delimitate da strade secondarie. Una di queste era sicuramente la strada mediana che insisteva esattamente a metà strada tra il 2° e il 3° cardo ad est. Era la direttrice che congiungeva la chiesetta della Madonnella con la chiesa Madre di Montrone equidistante 10 atti dai precitati cardi (m.355,2). nonché distante esattamente 30 atti dal cardo massimo.
Assai più incerta appare l’identificazione dei decumani (lati nord e sud delle centurie). Il Ruta identifica il decumano massimo con la direttrice che percorre la Prov.le che da Loseto giunge a Valenzano. Una tale indicazione topografica non sembra sufficiente a dare un riferimento attraverso il quale identificare con adeguata probabilità i decumani che attraversavano il nostro territorio. Forse in questo caso si rende necessario fare il processo inverso. Individuato uno qualsiasi dei decumani si potrebbero verificare dei modelli ipotetici in cui il reticolo rispetti le misure standard dei m.710,4. Uno dei decumani appare sicuramente Via Fornello il cui prolungamento supera il saltus ad ovest ed interseca la sede dell’attuale castello di Sannicandro. Se quella via fosse un decumano la parallela a nord, distante 710,4 metri, coinciderebbe con una linea che passa per Piazza Leone XIII. In tal caso, emergerebbe che la chiesa madre di Montrone sarebbe sorta in prossimità dell’intersezione
tra un decumano e la mediana tra il 2° e il 3° cardo ad est del cardo massimo. Altro particolare interessante è che su questo decumano sarebbe stata allocata la cisterna di Piscina di Rondinelle. Il successivo decumano posto ancora più a nord coincide con una serie di straordinari allineamenti catastali tutt’ora esistenti. E cosa ancora più suggestiva è che il decumano passa esattamente dove termine il muro a secco in prolungamento del muraglione che costeggia la villa romana. Ma questo decumano non è uno qualsiasi. E’ sicuramente un quintario. E’ il confine di un saltus. Infatti, esattamente ad un saltus (m.3555) a nord dal decumano appena individuato passa un decumano che ha strane caratteristiche. Congiunge Bitritto con Valenzano. A Bitritto coicide con un ampio canale di scolo che costeggia Via C.A. Dalla Chiesa. Si proietta ad est verso Valenzano. Ed ecco che la linea spacca in due l’asse del corso Aldo Moro di Valenzano. Quello che porta dall’orologio alla stazione. Il decumano massimo aveva la caratteristica di essere largo 40 piedi romani (12 metri). Anche in questo caso il decumano lambisce una chiesa: quella di San Rocco. Abbiamo più di un motivo per ritenere che quello fosse il decumano massimo. Tutti i pezzi del puzzle sono a al loro posto.
Ritornando al nostro enigma, chi realizzò le nostre chiese non era affatto consapevole degli allineamenti. Probabilmente, si preoccupò solo di cancellare le opere "pagane"che avevano lasciato i Romani. Solo questi ultimi erano consapevoli dell'allineamento riveniente dalla centuriazione. Emerge, pertanto, la trama e l’ordito di una pianificazione del territorio che gli antichi Romani progettarono almeno 2000 anni or sono. Furono loro i primi urbanisti della nostra città e di quelle vicine. Quando a cavallo dell’anno 1000 i greci di Roni Sensech e i Normanni fondarono rispettivamente Montrone e Canneto è certo che non poche delle strade ora esistenti erano già state realizzate. I Romani sono stati importantissimi per la nostra storia. Scoprire sul territorio una villa romana – qual è quella della contrada “Tesoro” - per poi riseppellirla esula da qualsiasi ragione di opportunità o opportunismo. Riportarla alla luce è una questione di civiltà. 
- ADELFIA VESTE FERRAGAMO

E’ noto che le più grandi stelle di Hollywood del XX secolo prediligevano un designer italiano che disegnava e realizzava su misura le loro scarpe. Lo chiamarono “il calzolaio delle stelle”. Fu lui che calzò i piedi di Marilyn Monroe e Greta Garbo. Il suo nome fu Salvatore Ferragamo. Il suo marchio oggi contraddistingue una delle maison più famose ed esclusive al mondo nel settore delle calzature, delle borse e della pelletteria.
Non molti sanno però, che questo nome prestigioso ha qualcosa che ora lo lega alla nostra città. Infatti, la rampolla di questo casato della moda italiana, la giovane Vivia Ferragamo (figlia di Ferruccio Ferragamo, Presidente della Salvatore Ferragamo s.p.a., nonché nipote del mitico capostipite Salvatore Ferragamo) ha sposato nel 2007 Alessandro Attolico, nipote dell’ambasciatore Bernardo Attolico, ovvero nipote del nostro più nobile e illustre concittadino. Alessandro, è figlio di Bartolomeo, figlio primogenito del nobile Bernardo, nonchè erede del titolo di "Conte di Adelfia". Per questo, quando si celebrò il predetto matrimonio, il nostro paese salì alle cronache delle riviste del jet set internazionale le quali citarono espressamente il nome dello sposo accompagnato dal titolo “Conte di Adelfia”.
Il mondo è piccolo. Più piccolo di quanto si possa immaginare.
- GUERR E T'MPEST, CI SI SCALZ E CI SI VEST

Nel 1820 gli ambienti progressisti e liberali carbonari e massonici del Regno delle Due Sicilie entrarono in fibrillazione alla notizia che la monarchia spagnola aveva introdotto un regime costituzionale. Alcuni ufficiali del Regio esercito ordirono una cospirazione che li vide insorgere. I nomi dei cospiratori più importanti furono i fratelli Florestano e Guglielmo Pepe, Michele Morelli, Giuseppe Silvati e Luigi Minichini (quest’ultimo, guarda caso, un altro prete). Il tutto partì dal Morelli e dal Silvati, ufficiali inferiori di cavalleria a Nola, che la notte dell’01.07.1820 riuscirono a convincere 130 loro commilitoni ad insorgere. Raggiunsero Monteforte dove la popolazione li accolse come liberatori e che li affiancò. Insieme mossero verso Avellino dove chiarirono che la loro intenzione non era quella di rovesciare la monarchia, bensì quella di renderla costituzionale. E per dimostrare la loro buona fede passarono il potere al generale Pepe. La rivolta, ormai guidata da generali di rango superiori si estendeva a Salerno e a Napoli. Fu allora che re Ferdinando I concesse la Costituzione, giurando solennemente che l’avrebbe difesa personalmente contro qualsiasi attacco anche esterno che l’avrebbe insidiata. Accadde il 07.07.1820. A seguito di libere elezioni il 01.10.1820 si insediò il Parlamento del Regno nel quale fu eletto il marchese di Canneto Domenico Nicolai. Si apriva una stagione di grandi speranze. Ma le monarchie assolute della Sacra Alleanza erano preoccupate di essere contagiate dalle istanze libertarie impostesi nel Regno delle Due Sicilie. Convocarono la Conferenza di Troppau nella quale discussero come intervenire con la forza per ripristinare lo stutus quo anteriore alla rivolta, ma ivi temporeggiarono. Decisero si riaggiornarsi in una conferenza da tenersi a Lubiana nella quale veniva invitato formalmente re Ferdinando I a rendere conto della situazione. Re Ferdinando chiese al nuovo Parlamento l’autorizzazione alla partenza. Tutti i deputati votarono favorevolmente, eccetto uno: il marchese Domenico Nicolai. Non solo votò contro, ma con straordinario coraggio arringò il Parlamento paventando che dietro la partenza si celava un tranello. Gli altri deputati non ebbero lo stesso coraggio di opporsi ad un monarca che fino a qualche mese prima aveva l’arbitrio di decidere la vita e la morte dei suoi sudditi. I timori del nostro Marchese si dimostrarono puntualmente fondati. Il Congresso di Lubiana decise l’intervento armato. Re Ferdinando ritornò accompagnato da un esercito Austriaco per riprendersi il potere assoluto che gli era stato sottratto. Grande fu lo sforzo bellico dei gruppi liberali, Si organizzarono compagnie di legionari volontari a supporto dell’esercito regio fedele alla Repubblica. Pare che il marchese di Canneto finanziò a sue spese una compagnia formata da 200 legionari. Tanti furono i Cannetani iscritti alla vendita della “Croce” che ne fecero parte. Fu tutto inutile. Il 07.03.1821 l’esercito napoletano guidato dal generale Guglielmo Pepe si scontrò con gli Austriaci a Rieti. La battaglia ebbe un esito incerto. Ma un ordine di ripiegamento del generale Pepe in un territorio strategicamente più favorevole, fu interpretato come una sconfitta da soldati e da legionari motivati, ma assai poco addestrati e disciplinati. La ritirata diventò una rotta rovinosa ove ognuno si preoccupò di raggiungere le cantine delle proprie case e rintanarsi piuttosto che fronteggiare il nemico. Il 24 marzo gli Austriaci entrarono a Napoli chiudendo per sempre il neonato Parlamento. Dopo qualche mese, re Ferdinando revocò la Costituzione dando corso alla repressione ed alla cattura di tutti i rivoltosi. Il Marchese Domenico Nicolai intuì che il re non avrebbe mai dimenticato l’affronto subito nel Parlamento al momento della partenza per Lubiana. Non doveva essere qualcosa da poco opporsi ad un sovrano assoluto che voleva partire per onorare un impegno internazionale e dirgli in sostanza : “No, tu non vai da nessuna parte !” Il marchese – conscio dell’imminenza della vendetta del re - grazie ad un passaporto falso, fuggì prima a Barcellona, e poi, a Marsiglia ove vi rimase esiliato fino alla morte. Come esattamente ebbe a temere, il re non dimenticò affatto l’affronto subito confiscandogli ogni avere e possedimento che fu venduto nel corso di aste pubbliche. Uno degli uomini più ricchi della Provincia di Bari fu spogliato di tutto in ragione del suo impegno per la libertà, morendo esule in uno stato di povertà assoluta.
Che ne fu, invece, del Marchese di Montrone ? In quegli anni Giordano Bianchi Dottula si trovava in esilio in Francia e in Svizzera. Né poteva essere altrimenti atteso che era stato attivissimo repubblicano durante la Repubblica Partenopea del 1799 con l’ambizioso nome di battaglia di “Timoleone” (nome di un tirannicida greco), nonché nientemeno che ciambellano di corte di Geoacchino Murat quando nel 1808 quest’ultimo divenne re di Napoli. Con la Restaurazione e il ritorno dei Borboni era dovuto fuggire all’estero per evitare ritorsioni. L’esilio e l’abbandono di ogni iniziativa antiborbonica servì al buon Marchese ad evitare confische e a maturare il perdono del re, il quale dapprima gli consentì di rientrare nel Regno e poi gli conferì importanti cariche pubbliche. Nel 1831, il Bianchi Dottula nelle vesti di capo della Provincia di Bari si distinse come fedelissimo suddito dei Borboni dimostrando grande abilità nell’indossare il rovescio della casacca di repubblicano che aveva vestito durante gli anni della Repubblica partenopea del 1799.
E’ proprio vero quello che riportano i proverbi popolari: Guerr e t’mpest, ci si scalz e ci si vest.
Pars rustica della villa romana
- MUSEO SI, MA DOVE ?
L’idea della valorizzazione storica del nostro patrimonio archeologico è ottima. E’ la sua allocazione in Palazzo Conte Sabini che mi lascia perplesso. Non mi sembra che sia la migliore cosa reperire qualche vaso peuceta e metterlo ad impolverarsi dietro una vetrinetta. Circa dieci anni fa, nella contrada Tesoro fu rinvenuta una villa romana del primo secolo d.C. con terme e mosaici. Ricordo che le cronache dell’epoca parlarono di un rinvenimento che non aveva uguali in tutta la Puglia. Ora quel bene giace tombato ed abbandonato. In un mio viaggio a Cipro, le guide turistiche mi indussero a visitare presso Limassol una villa romana del V sec. d.C. (c.d. Villa di Eustolio). Il mio sconforto fu grande quando vidi quei ruderi. La villa della contrada Tesoro non aveva nulla da invidiare. Con la differenza che a Cipro c’erano turisti che provenivano da tutto il mondo. Invece, ad Adelfia, la stragrande maggioranza dei cittadini non sa nemmeno di che cosa stiamo parlando. Un inspiegabile oblio ha ricoperto quella importante scoperta. Vi chiedo: Con un bene così rilevante, che senso ha investire danaro per la realizzazione di un museo in un palazzo ottocentesco, piuttosto che realizzare un percorso museale all’aperto in quell’area ?
Vieppiù, siamo abituati a ricordare il nostro passato più antico allocandolo nel periodo Peuceta (VII – III sec. a.C.). Quasi nulla sappiamo della presenza Romana a partire dal I° sec. a.C.. Una presenza che la villa di Tesoro dimostra importante. Gli annali della storia romana raccontano che una potente colonia appartenente alla gens Claudia – la stessa alla quale appartenevano gli imperatori Tiberio, Claudio Caligola e Nerone – si sia insediata nella nostra Provincia. Questo sito è destinato ad avere un immenso interesse alla luce di una recente sensazionale scoperta archeologica di una giovane e brillante archeologa, prossima ad essere resa nota.
Di musei archeologici la provincia di Bari è piena: il Museo Jatta di Ruvo, il museo archeologico provinciale di Bari, Museo civico archeologico di Bitonto, Museo civico archeologico di Bisceglie, Museo archeologico di Gioia del Colle, Museo di Giovinazzo, Museo di Rutigliano. Adelfia diventerebbe l’ennesimo tra questi spazi espositivi, e non so con quale spessore e attrattività. Io credo che occorra maggiore creatività, partendo da un bene – unico nel suo genere qual è la villa romana – che farebbe la differenza. Il museo va fatto. Magari in quell’area. Non sembra che Palazzo Conte Sabini sia il luogo più idoneo.

La contrada Tesoro coincide con quelle aree sulla Provinciale che porta a Loseto. Per intenderci l'area in prossimità del Castello dei Fascina. La villa romana fu rinvenuta su un altura posta sulla destra di quella via a circa 200/300 mt. dal Penny Ma
rket. Furono eseguiti degli scavi le cui foto erano da qualche parte erano visibili in qualche sito. Per mancanza di fondi gli scavi furono sospesi. Non si avevano nemmeno i fondi per vigilare su quell'opera, per cui si decise di tombarla per evitare che tomabaroli senza scrupoli potessero saccheggiare il sito. Adesso credo che non sia accessibile. Ecco perchè sembra anacronistico inventarsi un museo, quando questo museo esiste già ed attende solo di essere doverosamente valorizzato.

Info sulla villa
Percorrere i viali di quella villa significherebbe entrare in una macchina del tempo in cui il visitatore vedrebbe le prospettive e gli orizzonti osservati da uomini i cui nomi sono emersi su epigrafi rinvenute nel raggio di cinque chilometri da quella villa. Uomini come Caio Bebio Claudio Hispo ( magistrato) o Decio Apertio Secondo (veterano) o Panthera Lautinia (liberta), Caio Valerio Mascolino (Pretoriano), ecc..
L'epigrafe di Caio Bebio fu rinvenuta a Ceglie del Campo sulla strada comunale Sant'Angelo. Quella di Decio Apertio Secundo fu rinvenuta sempre a Ceglie nel 1700, ma non si ricorda esattamente dove. Sempre nella badia di sant'Angelo - oggi distrutta- fu rinvenuta l'epigrafe di Phantera Lautinia. A Ceglie sulla Via di Loseto fu rinvenuta una epigrafe che riportava questa iscrizione"Silan(us) M" Silanus era un gentilizio molto diffuso nell'area. Cira il nome del Pretoriano esso è riportato in un latercolo (elenco) che contiene il nome di 29 pretoriani congedati nel 179 d.C. provenienti dalla II Regione (la Puglia era denominata così). In esso si legge testualmente "Caius Valerius Caii filius Claudia Masculinus Caelia". Proveniva da Ceglie. Non deve meravigliarTi la presenza di Pretoriani provenienti dalla Puglia. Al contrario, molti studiosi ritengono che mentre i legionari venivano reclutati dalla regioni settentrionali, i Pretoriani erano per lo più arruolati tra i cittadini centro - meridionali. A quanto pare Caio Valerio Mascolino (Cegliese) non fu l'unico barese ad essere Pretoriano (Baldassarre 1966 e Passerini 1939).
- I DISCENDENTI ADELFIESI DI “RE GUGLIELMO IL CONQUISTATORE”

Non v’è dubbio che Guglielmo il Conquistatore (1028-1087) sia stato il primo grande re Inglese. Colui che dette vita alla dinastia Normanna a partire dalla mitica battaglia di Hastings combattuta nel 1066. Il regno d’Inghilterra nasce con lui. Ma quello che nessuno avrebbe osato immaginare è che vi sono almeno cinque suoi discendenti viventi che hanno anche origini adelfiesi. La cosa può far sorridere, ma è una straordinaria verità. I loro nomi sono William Henry Smith, Bernard James Smith, Alexander David Smith, Nicolas Robin Bartolomeo Smith, Lorenzo Patrick Harold Smith. Sono 5 fratelli, che malgrado i loro nomi prettamente anglosassoni hanno un nonno materno adelfiese. Sono i nipoti del più nobile ed illustre degli uomini che hanno avuto i propri natali nel nostro paese. Sono alcuni dei nipoti dell’ambasciatore Bernardo Attolico. In particolare, sono i figli della contessa Maria Carmela Attolico, sua figlia. Non a caso il secondogenito porta il nome dell’illustre nonno.
Ebbene, il padre dei predetti signori, nonché il coniuge della contessa Attolico, è William Herbert Smith, 4° visconte di Hambleden, nientemeno che uno dei diretti discendenti del mitico re Guglielmo il Conquistatore, padre della nazione inglese.
E se la cosa Vi può apparire incredibile, ve ne do anche la genealogia. La nonna paterna dei nipoti dell’ambasciatore era la nobile Patricia Herbert (1904-1994) pronipote della duchessa Elizabeth Spencer (1737-1831), discendente a sua volta di Charles Spencer (1706-1758). Quest’ultimo era pronipote di Dorothy Percy (1598-1650) discendente di Henry Percy (1449-1489), il quale era pronipote per parte di madre di re Edoardo III Plantageneto incoronato nel 1327. Quest’ultimo era figlio di re Edoardo II Plantageneto, sovrano dal 1307 al 1327, a sua volta nipote di Enrico III Plantageneto re dal 1216 al 1272. Quest’ultimo ancora era il figlio primogenito di re Giovanni Plantageneto (meglio conosciuto come “Giovanni senza terra”) re dal 1199 al 1216, a sua volta figlio quintogenito di re Enrico II Plantageneto, fondatore della dinastia dei “Plantageneti”, re dal 1154 a al 1189. Infine, il precitato re Enrico II era figlio per parte di madre della Regina Matilda, unica figlia di re Enrico I, re dal 1100 al 1135, il quale era nientemeno che il quartogenito di re Guglielmo il Conquistatore.
Credo che sia motivo di grande onore ed orgoglio per la nostra cittadinanza sapere che alcuni figli illustri della nostra terra hanno incrociato le loro storie e le loro stirpi con le più antiche e nobili famiglie del mondo.
- LE SOCIETA’ SEGRETE : “LA CROCE”, “LA CARITA’, e “I GRECI IN SOLITUDINE”

Un altro aspetto tanto interessante quanto misterioso della storia dei due paesi fu il fiorire agli inizi dell’800 di almeno tre società segrete aventi evidenti finalità politiche antiborboniche. La “Croce” e la “Carità” furono sodalizi della Carboneria. La Carboneria copiò i suoi modelli organizzativi dalla Massoneria. Molti Carbonari furono anche Massoni. Utilizzavano un linguaggio in codice. Le associazioni erano chiamate "vendite"; gli iscritti "buoni cugini"; i luoghi di riunione "baracche"; i dintorni "foreste"; "purgare la foresta dai lupi" o "rivendicare l’agnello" significava liberare la patria dagli oppressori. All’interno vi era una rigida gerarchia. Si entrava con la qualifica di “apprendisti”, fino a diventare “maestri”. Il capo di ogni vendita era il “Gran Maestro”.
La prima a nascere in ordine di tempo fu “LA CROCE”. Era il 1813. Raggruppava tutti i patrioti liberali di Canneto. Arrivò a contare 130 iscritti. Un numero impressionante soprattutto se si considera che la popolazione all’epoca era assai inferiore di quella attuale. I nomi dei Gran maestri del sodalizio serve ad identificare da un punto di vista sociale chi erano i Carbonari cannetani. Nel 1816, Gran Maestro fu nomitato il Cav. Carlo Nicolai, fratello del pù famoso Domenico Nicolai, Marchese di Canneto. A partire dal 1817, Gran Maestro fu Francesco Saverio De Cristofaro, magistrato regio e massone. A cavallo tra il 1820 e il 1821, durante i nove mesi di monarchia costituzionale concessa dai Borboni a seguito dei famosi moti, Gran Maestro della Croce fu don Vito Nicola Aulenti, arciprete di Canneto. Tra i dignitari dell’organizzazione sono ricorrenti alcuni cognomi che lasciano presumere che alcune importanti famiglie di Canneto si spesero particolarmente nella causa insurezionalista. Vanno ricordati il notaio Vito Nicola Rubini, il sacerdote Don Vincenzo l’Abbate (attivissimo durante i fatti del 1799 e per questo perseguitato dai Borboni), Francesco Chiarappa del fu Raffaele, Francesco Aulenti del fu Michele, Giovanni Ferri del fu Luigi, Giovanni Lafirenza del fu Giuseppe Domenico, Ignazio Bruno del fu Raffaele, Giorgio La Casella del fu Michele. Si distinsero, inoltre, il sacerdote don Vito De Caro, e il frate cappuccino Fra Fortunato da Canneto, e i fratelli Gaspare e Ferdinando Turi fu Baldassarre.
I GRECI IN SOLITUDINE è il sodalizio più misterioso. Nacque a Canneto. Aveva decine di adepti, ma non si conoscono il loro nomi. Il loro capo era un certo Michele Diannes (un nome pressoché sconosciuto). Era cancelliere del Regio giudicato.
LA CARITA’ fu una vendita carbonara nata a Montrone nel 1814. Fu l’omologa alla Croce su Canneto. I suoi fondatori furono: Giuseppe Angiuli di Pietro, cancelliere comunale, Angelo Ragone di Paolo, Vincenzo Scattaglia fu Salvatore, dal sacerdote don Domenico Ingellis, da Nicola Spinelli fu Francesco Saverio (cancelliere del Regio giudicato), dal dott. Fisico Celestino Palamà di Canneto (lo stesso che portò l’albero della libertà il 1799) il quale era altresì esponente della massoneria, ed infine i fratelli sacerdoti Francesco e Rocco Campagna di Michele. A far tempo dalla sua costituzione fino al 1820 Gran Maestro fu don Saverio Cafaro fu Nicola (lo stesso che il 05.02.1799 predicò in Chiesa a favore della piantumazione dell’albero della libertà). Gli succedette don Francesco Campagna. Altri personaggi di spicco dell’organizzazione furono Gaetano Angiuli fu Rocco, agrimensore (lo stesso che capeggiò il corteo del 05.02.1799 che piantò l’albero della libertà in prossimità della porta del paese), Francesco Chieco fu Nicola Domenico, Nicola Angiuli di Pietro, farmacista, Luigi Labellarte fu Vito, Vito Nicola Ragone di Paolo, il sacerdote Luigi Angiuli fu Rocco, Raffaele Colucci fu Vito Giuseppe, Pasquale Angiuli di Filippo, avvocato, Domenico Stea di Baldassarre, avvocato, Francesco Cafarchia fu Nicola, e Baldassarre Stea fu Domenico Antonio. L’organizzazione contò 60 adepti.
Da questi scarni dati emergono però delle deduzioni significative:
• Il numero dei Carbonari Montronesi (60), benché cospicuo, fu significativamente assai inferiore a quelli di Canneto (130), nonostante le popolazioni dei due centri non fosse numericamente dissimile. Evidentemente le idee liberali e progressiste fecero più proseliti a Canneto che non a Montrone. Non è un caso, quindi, che Montrone resta tutt’ora molto più conservatore di Canneto. Lo è sempre stato.
• Sorprende nella “Carità” di Montrone l’assenza di esponenti di famiglie storiche e notoriamente influenti. Primo tutti, i Bianchi Dottula, famiglia del marchese.
• Altro aspetto che non sarà passato inosservato è la presenza numerosa di sacerdoti tra gli iscritti. Gran Maestri delle due vendite diventarono gli arcipreti dei due paesi. Pertanto, il clero era evidentemente invischiato come non mai nella vita politica di quegli anni. Non si limitava certo a dare qualche benedizione ai tagli dei nastri della politica !
Queste organizzazioni ebbero un ruolo rilevante durante i moti carbonari del 1820. Rilevante a tal punto che le vicende personali degli uomini dei nostri due paesi entrarono a pieno titolo nella dinamica della grande Storia. Ma questi sviluppi ve li racconterò un'altra volta.
- LO SCANDALO DEL "MONTE FRUMENTARIO" DI CANNETO

A proposito di occasioni perdute e di lotte tra Montrone e Canneto la sapete la storia del Monte Frumentario. Risale a due secoli fa, ma è straordinariamente sintomatica di quanto atavici siano i problemi sociali ed economici della nostra comunità.
Una delle massime espressioni di civiltà delle nostre comunità nei secoli scorsi fu l’istituzione dei “Monti frumentari”. Erano vere e proprie antesignane delle nostre banche. Nacquero con scopi solidaristici. La loro finalità era quella di prestare ai contadini più poveri grano e orzo per la semina, soprattutto nelle annate di carestia nelle quali la fame e il bisogno li induceva a mangiare anche quelle riserve da utilizzare come sementi. Attraverso questo strumento si combattè efficacemente il fenomeno dell’usura assai diffuso nei nostri territori allorquando arrivavano le carestie. Agli inizi del XVIII fu la Chiesa ad incentivare la nascita di queste istituzioni. Le regole di funzionamento erano molto semplici. Durante l’annata i contadini prestavano giornate di lavoro gratuite durante la semina e il raccolto su terre che erano nella disponibilità del “Monte”. Il raccolto era messo a disposizione dei più poveri al momento della semina dell’annata agraria successiva. Chi riceveva il grano dal “Monte” era tenuto a restituirlo con un minimo interesse di circa il 5%. Nel corso di quel secolo, questi istituti raggiunsero una diffusione ed una rilevanza tale da imporre una loro attenta regolamentazione nel Regno delle Due Sicilie.
E’ in questo contesto che nel 1790 la Confraternita del Santissimo Sacramento della Parrocchia di Canneto istituì il suo Monte frumentario. Ma, esattamente come accade ai giorni nostri per molte cose pubbliche del nostro sud, ben presto l’amministrazione del “Monte” finì per diventare un terreno di conquista dei notabili del paese. Erano i rappresentanti di una rampante borghesia rurale che oltre a fare prestiti di grano ai più poveri – finalità istituzionale del “Monte” – iniziò a fare prestiti a se stessa. Prestiti che spesso non restituirono. Quello che accadde a Canneto era in realtà comune a tutti i Monti del regno. La corruzione fu oltremodo agevolata nel periodo dei disordini della Repubblica Napoletana e dall’anarchia che ne seguì. Solo con la Restaurazione, Francesco I di Borbone decise di regolamentare tutti i Monti onde impedire le malversazioni ai loro danni. Decise con regio decreto del 26.12.1826 che tutti i Monti dovevano essere gestiti da un amministratore eletto dal Consiglio Comunale che era assoggettato direttamente al controllo del “Capo della Provincia”. E’ esattamente a decorrere da questo momento che Montronesi e Cannetani si trovarono in rotta di collisione. Già, perché il Capo della Provincia dell’epoca a partire dal 1831 fu nientemeno che Giordano Bianchi Dottula, Marchese di Montrone. Il marchese aprì una inchiesta sul Monte frumentario di Canneto giungendo ad accertare una serie di irregolarità nella sua amministrazione. Accertò dai registri contabili che alcuni notabili avevano preso in prestito grandi quantità di grano ma che non lo avevano mai restituito se non in maniera meramente contabile. Risultava cioè che il giorno della restituzione i ricchi debitori avevano contratto un nuovo prestito di analoghi – se non addirittura maggiori quantitativi. Quando risultarono evidenti ammanchi per centinaia di quintali di grano, gli amministratori non ebbero di meglio da opporre che scaricare la responsabilità ai “topi”. Ce ne dovevano essere davvero tante di “zoccole fameliche” a quei tempi per mangiarsi tutto quel grano. Quando il Montronese scoprì gli artifici contabili dei notabili Cannetani lì deferì alle Corti del Regno. E’ facile immaginare l’odio che questi ultimi coltivarono ed inculcarono nelle loro schiere clientelari nei confronti dei Montronesi che erano andati a far loro le pulci.
Con l’unificazione di Italia, venne meno l’impulso a tenere in vita queste Istituzioni. Il Monte di Canneto entrò in una progressiva quanto inesorabile crisi. Si estinse il 1927. Fu un peccato. Il fallimento del Monte Frumentario fu una delle infinite occasioni storiche perse dalla nostra comunità. Infatti, non tutti i Monti Frumentari del sud Italia cessaro di esistere così ingloriosamente. In molti casi sul finire del XIX secolo, molti Monti si trasformarono in Casse di Risparmio. Diventarono banche a disposizioni delle economie del territorio. Dove è accaduta questa trasformazione i territori hanno goduto di un volano di sviluppo economico. Ma evidentemente in quei casi, i Monti erano gestiti da una classe dirigente illuminata che la nostra comunità non fu capace di esprimere.
- LA STRAGE DEL 05 APRILE 1799

Non tutti sanno che i tragici fatti di quell’anno ebbero pesanti ripercussioni nei rapporti tra le due comunità di Montrone e di Canneto. La traccia storica è data dalla ricostruzione dello storico Viterbo secondo il quale: “Il generale Broussier, comandante delle truppe francesi si affrettò ad inviare sul luogo una ambasceria con 500 soldati per consigliare quei cittadini a non fare alcuna opposizione all’esercito di Francia ; ma per sventura, un gradasso del luogo, tal Giuseppe Macchia vetturale, con un colpo di archibugio osò uccidere un trombettiere francese, che veniva ad annunciare l’arrivo delle truppe. In immediata risposta 150 Montronesi furono stesi al suolo dai soldati di Broussier. MANCO A DIRLO, SI RIACCESERO LE ETERNE RISSE TRA CANNETO E MONTRONE … E NELLE CAMPAGNE CANNETANI E MONTRONESI SE LE DIEDERO DI SANTA RAGIONE”.
Perché lo storico parla di campagne ? La ragione sembra alquanto intuibile. Il trombettiere fu ucciso esattamente ove ora si trova il cippo marmoreo sormontato dalla croce situato su Via Vittorio Veneto. Era quello il confine del territorio di Montrone. L’uccisione avvenne quando il soldato francese mise il primo passo al di qua del confine di Montrone dopo aver attraversato indenne il territorio di Canneto. E’ da immaginare che la notizia dell’assassinio arrivò immediatamente nel centro abitato di Montrone che dista appena 300 metri dall’agguato. La popolazione comprese immediatamente che di lì a poco sarebbero arrivata la rappresaglia durissima dei Francesi. Appena il giorno prima, le truppe del Broussier avevano ucciso 800 persone a Carbonara, roccaforte Sanfedista. Non appagati dalla carneficina, i medesimi avevano espugnato e distrutto anche Ceglie, per stanare i fuggiaschi carbonaresi che ivi avevano trovato rifugio. La notte era stata illuminata dai bagliori che provenivano da nord. Erano i fuochi della devastazione e degli incendi di Carbonara e Ceglie. Un presagio terrificante. Un monito perentorio per chi intendeva alzare il pugno contro i Francesi. I Montronesi sapevano benissimo che di lì a poco sarebbe successa la stessa cosa al loro paese. Il panico lì assalì. E’ immaginabile che la popolazione in gran massa fuggi per le campagne. Al sopraggiungere dei Francesi, il primo ad essere fucilato fu il parroco don Giovanni Battista Cacciapaglia. Il castello marchesale fu saccheggiato ed incendiato. I soldati iniziarono i rastrellamento nelle campagne. Uccisero chiunque li capitasse a tiro. Anche alcuni cittadini di Canneto, trovatisi casualmente nelle campagne, restarono uccisi. Se ne annoverano almeno tre: Giuseppe Ronga, Gaetano Ronga e Nicola Nicassio. E’ evidente che nel panico della fuga, i Cannetani accusarono i Montronesi di aver scatenato quell’Inferno: Inferno nel quale anche Canneto del tutto incolpevolmente iniziava a contare i propri morti. E’ da ritenere, però, che anche i Montronesi ebbero a recriminare qualcosa ai Cannetani, accusandoli di “tradimento”, visto che non avevano fatto nulla per opporsi al passaggio dei Francesi. C’era stato, per caso, un patto o una intesa tra i due paesi che i Cannetani non avevano rispettato ?! La tradizione orale tramanda vagamente qualcosa del genere. Per capire quanto attendibili siano queste voci, è necessario ricordare gli antefatti di quel tragico giorno. I due paesi avevano estirpato entrambi a furor di popolo l’albero della libertà piantato nei mesi precedenti dai gruppi borghesi e liberali. L’albero della libertà era il simbolo della Repubblica partenopea. E’ questo l’aspetto più significativo. I nobili e la borghesia sia di Montrone che di Canneto parteggiarono per la Repubblica. Sia Domenico Nicolai a Canneto, sia Giordano Bianchi Dottula a Montrone si proclamarono antiborbonici combattendo per la Repubblica. Anche la borghesia rurale era liberale. Sicuramente vi erano dei gruppi rivoluzionari che qualche anno più tardi sarebbero confluiti in massa nelle due “vendite” carbonare che sorsero dapprima a Canneto nel 1813 con il nome della “Croce”, e poi a Montrone il 1814 con il nome della “Carità”. La ricostruzione degli eventi è narrata dalle relazioni che i sindaci dei due paesi furono costretti ad inviare alle Autorità borboniche – ristabilite al potere – appena un anno più tardi.
Per quanto riguarda Montrone, stando alla missiva del 20.03.1800 a firma di Nicola Stangarone, allora sindaco di Montrone, il 05.02.99, quando a Montrone un certo Francesco Arpino fu Giovanni portò la notizia che a Bari era stato piantato l'albero della libertà, fecero un corteo guidato da un certo Gaetano Angiuli fu Rocco. Gli uomini della Repubblica piantarono nei pressi dell'arco della porta l'albero della libertà. L’aspetto più singolare è che l’albero fu consegnato da un certo dott. Celestino Palamà di Canneto, presumibilmente esponente dei Repubblicani cannetani. Anche qualche sacerdote parteggiò per la Repubblica visto che nell’occasione della piantumazione dell’albero, il sacerdote don Saverio Cafaro fu Nicola predicò anche in chiesa a favore dell’evento. Stando alla missiva, appena due giorni dopo, il 07.02.1799 l’albero fu divelto a furor di popolo senza opposizione di chicchessia.
Per quanto riguarda Canneto, la missiva del 19.03.1800 a firma dell’allora sindaco Michele Ferrante, l’albero della libertà fu piantato il 07.02.99 e quanto pare divelto appena mezz’ora dopo la sua piantumazione. Anche a Canneto, alcuni preti erano schierati per la Repubblica. Tale fu don Vito Nicola Aulenta che qualche anno più tardi diventò il Gran Maestro carbonaro della Croce.
Sia il sindaco di Canneto, sia quello di Montrone erano animati dall’intento di dimostrare la fedeltà della popolazione ai Borboni durante l’anno della Rivoluzione per evitare punizioni e ritorsioni a danno dei paesi da loro rappresentati. Pertanto, evidente fu l’intento di minimizzare gli episodi della piantumazione degli alberi della libertà nelle due città, simbolo della ostilità antiborbonica. Ma a fronte dei dubbi sull’attendibilità dei fatti narrati dai due sindaci - evidentemente preordinati a conseguire il perdono borbonico - emerge un dato estremamente significativo: entrambi le missive riportano una unica data di svellimento degli alberi: quella del 07.02.1799. Questo non può essere una pura coincidenza. Sembra che le masse contadine dei due paesi – in stretto contatto tra loro – abbiano preso una iniziativa comune a difesa della Santa Fede e del Re. Sembrerebbe che quel giorno il popolo minuto dei due borghi, all’unisono, si sia ribellata alle scelte di campo fatte dai borghesi, ovvero dai nuovi padroni delle campagne. Da queste considerazioni emerge che nei primi mesi della Repubblica Partenopea vi era stata un coordinamento tra i caporioni del popolo di Montrone e quelli di Canneto in difesa del re contrapposta ad analoga intesa che i borghesi dei due paesi avevano stretto in favore della Repubblica. I popoli contadini dei due paesi avevano manifestato una comune volontà di restare fedeli al re. Il 05 aprile 1799 è impensabile che ad attendere il trombettiere fosse solo quel tale Giuseppe Macchia - o come altre cronache riportano un carrettiere di cognome Virgilio. E’ da ritenere che ad attenderlo vi fosse un manipolo di qualche decina di esagitati Montronesi che aveva creduto di rispettare la propria fedeltà al re assassinando barbaramente il povero trombettiere francese. Nel delirio della loro sconsideratezza, a costoro non potette non apparire un tradimento la prudenza dei Cannetani che, al contrario, avevano consentito il transito al medesimo. E così che quando si abbattè su Montrone la rappresaglia francese, l’abitudine di scaricare le colpe proprie sugli altri indusse i Montronesi ad attribuire le responsabilità dell’immane tragedia al “tradimento” cannetano piuttosto che alla propria incommensurabile scelleratezza.
Di questa sua fedeltà ai Borboni, Montrone pagò un prezzo altissimo. Le truppe Sanfediste comandate dal Soria, dal de Cesare e dal Boccheciampe non fecero nulla per difendere Montrone dalle fucilazioni sommarie, dai saccheggi, dagli stupri, dalle devastazioni, benché fossero acquartierate a pochi chilometri. Del resto avrebbero potuto fare ben poco. Infatti, lo scontro tra Francesi e Sanfedisti avvenne nei giorni successivi nelle campagne tra Casamassima e Cellamare, nella zona denominata “Pacifico” (area approssimativamente delimitata dall’attuale “Cocoloco” e quel complesso edilizio in costruzione denominato “Terra Alta”. Bastarono poche cannonate dei 500 Francesi per mettere in fuga a gambe levate l’esercito raccogliticcio dei Sanfedisti: una moltitudine confusa di 15.000 unità composta in massima parte da uomini armati di forconi e da donne che brandivano spilloni per cardare la lana. Fuggirono ingloriosamente riuscendo a scagliare contro i Francesi solo una caterva di ingiuriosi “Chitemmurt” che i Francesi nel fragore della battaglia non compresero nemmeno.
- IL DONO DI NATALE DI ANTONIO CAFARO
30 marzo 1891. Una busta per biglietto da visita (cm.8,5 x 5,5) partì dall’Ufficio Postale di Montrone con destinazione Palermo. Il destinatario era il Cav. Antonio Cafaro, Avvocato erariale presso l’Avvocatura di Palermo dal 1887 al 1992.
Antonio non cestinò la busta di quella lettera, ma la riciclò come carta per la minuta di una comparsa. La scrittura è la sua. Riciclava a quel modo tutte le buste da lettera che riceveva. Emozionante. L’avvocato Cafaro in quei tempi era una Autorità. Non aveva ristrettezze. Eppure, viveva nella povertà più assoluta. Pur di donare quasi tutto il suo stipendio ai poveri, conduceva una vita parsimoniosa ispirata alle regole della più spartana sobrietà.
La busta che vi allego, cari amici, è la riprova più fulgida della sua umiltà. Quella carta inchiostrata ha viaggiato nel tempo 120 anni. Profuma di santità civica, prima ancora che religiosa. Oggi, è il prezioso dono di Natale che ci manda Antonio Cafaro. Esempio di straordinaria frugalità da opporre ai modelli fallimentari del vacuo consumismo, dal culto dello sperpero, dagli insulti al buon senso de “l’usa e getta”. Sia quel documento un richiamo severo contro i baccanali della dissipazione dei quali ognuno di noi è protagonista. Sembra che questa carta sia sopravissuta nel tempo affinchè possa essere un monito per tutti. Ognuno di noi rifletta. Riflettano su questa lettera gli amministratori ogni qualvolta avranno a spendere il denaro pubblico loro affidato. Forse riflettendo, d’ora in poi, sui muri delle loro stanze preferiranno la modestia delle tempere piuttosto che costose carte da parati. Ragionino su questo documento le opposizioni di ogni tempo, quando avranno ad ostacolare un’opera pubblica. Forse ragionando, capiranno che distruggere risorse è assai meno glorioso che preservarle. Meditino su questa carta i ministri del culto quando dispenseranno i fondi conseguiti dal popolo dei fedeli predicando la carità. Forse meditando, preferiranno senz’altro la sacrale umiltà dei costumi francescani piuttosto che la sacrilega vanità di paramenti preziosi. Possa riflettere anch’io, insieme a voi tutti, per i mausolei quotidiani allo spreco, all’inutile, all’effimero. Ragioniamo tutti di quanto i nostri bisogni siano effettivamente essenziali e quanto diversamente superflui o, peggio ancora, surrettiziamente indotti dagli impresari della fabbrica del consumo. Ma soprattutto meditiamo: E’ da troppi decenni, ormai, che consumiamo molto più di quello produciamo.
Abbiamo la necessità di ridimensionare i nostri modelli comportamentali. Occorre volare a quote più normali. Gli eroi da emulare di cui abbiamo bisogno non sono i personaggi rampanti propinati dalle televisioni… dalle loro televisioni ! Spegniamoli i televisori: Subdoli strumenti di asservimento delle coscienze. Interroghiamo i nostri vecchi. Percorriamo i sentieri della nostra memoria storica. Ritroveremo noi stessi.
Grazie Antonio Cafaro per il tuo prezioso dono.
Il cardinale Brancaccio
- IL PAPA DI CANNETO

Il Papa Clemente IX era appena morto da qualche giorno. Il 20 dicembre 1669 iniziò uno dei più concitati conclavi della storia della Chiesa durato oltre 4 mesi. I 72 cardinali elettori non riuscivano a trovare l’intesa sulla elezione del nuovo Papa. Favorito sembrava il cardinale Rospigliosi, nipote del pontefice predecessore. Godeva dell’appoggio di circa 30 elettori. Seguivano i cardinali Conti e Cerri, ciascuno con 22-23 voti a testa. Nessuno di loro riusciva ad ottenere la maggioranza per essere eletto. Fu allora che si decise di far emergere un quarto nominativo. Uno di quelli dall’età più avanzata che in quella situazione di empasse garantisse un pontificato di transizione. Gli sguardi caddero sul cardinale Altieri, un ottantenne che Clemente IX aveva nominato tale appena poco tempo prima di morire. Era il 29 aprile 1670. Ma quando sembrava che i giochi erano fatti, ecco a sorpresa che il cardinale Altieri oppose il suo rifiuto giustificandosi con l’incompatibilità del mandato con la sua veneranda età. Non solo, ma additò tra le porpore un tale cardinale Brancaccio dicendo che era lui il degno erede della cattedra di San Pietro. Chi era Francesco Maria Brancaccio ? Apparteneva a un'antica famiglia nobile napoletana, ma incredibilmente vicino alla storia del nostro paese. Infatti, era nato il 15 aprile 1592 nientemeno che a Canneto ove, all’epoca, risiedeva la sua famiglia. Suo padre Muzio, barone di San Cipriano, ricopriva la carica di governatore di Bari. Ebbene, alla fine di aprile del 1670, un cittadino di Canneto era in predicato di diventare Papa. Nei giorni successivi, i cardinali valutarono l’ipotesi. Il cardinale Brancaccio aveva molti amici potenti che lo sponsorizzavano. Lo appoggiavano i principi Barberini, la regina Cristina di Svezia, il cardinale Azzolini. Lo sponsorizzano, altresì, amici potenti ma scomodi: in particolar modo, la Francia dalla quale – circolava l’illazione che riceveva perfino uno stipendio. Mentre la sua candidatura sembrava prendere il volo, sopraggiunse come una doccia fredda il veto dell'ambasciatore spagnolo Astorga. A nulla valsero le rassicurazioni del buon cardinale di Canneto. L’opposizione spagnola fu ferma ed irremovibile. Ma perché gli Spagnoli ce l’avevano a morte con il nostro cardinale ? Le ragioni dell’astio erano antiche. Risalivano a circa 30 anni prima. Nel marzo del 1632, il governatore spagnolo di Sala Consilina, un paese del Salernitano, aveva imprigionato un prete. A cagione di tale gesto sacrilego, il governatore fu ucciso. Si sospettò che ad ucciderlo per vendetta fossero stati emissari del vicario del Brancaccio che all’epoca era abate nella diocesi di Capaccio. Il Brancaccio si sottrasse all'arresto fuggendo nel territorio pontificio. Quando nel 1634, Papa Urbano VIII, lo nominò cardinale, gli Spagnoli ne furono ancora più indispettiti. Erano tanto avvelenati contro di lui che quando nel 1638 fu nominato da Urbano VIII arcivescovo di Bari, egli si recò a Napoli per ottenere il nulla osta all’incarico, ma il viceré glielo negò. Dal canto suo il nostro cardinale non mancò di nutrire corrispettiva ostilità contro gli Spagnoli, legandosi ai Francesi e collaborando a progetti di cospirazione contro i primi. E’ evidente che con questi precendenti, gli spagnoli non fossero affatto entusiasti che quell’uomo diventasse Papa. Fu così che quando Brancaccio si rese conto che la sua candidatura non poteva spuntarla, spinse in prima persona il cardinale Altieri ad accettare. Quest’ultimo fu nominato Papa l’11.05.1670 con il nome di Clemente X.
Svanì così dopo dieci giorni di trattative frenetiche, la straordinaria eventualità di vedere un Papa cannetano.
Forse sarebbe opportuno che il ritratto di un uomo così illustre fosse collocato tra quelli delle personalità del nostro paese che campeggiano nell’anticamera della sala consigliare del nostro Comune.
Missile SM-78 Jupiter
- LA CRISI DEI MISSILI DI “SCAPPAGRANO”
Nel 1962 il mondo fu sull’orlo della terza guerra mondiale: Tutto partì da “Scappagrano” contrada sita sulla Strada Provinciale Adelfia – Cassano.
Sembra una barzelletta, ma è la sconvolgente verità. Nel 1962 il mondo trattenne il respiro quando iniziò il braccio di ferro tra Stati Uniti e URSS circa la dislocazione di missili nucleari sul territorio Cubano. La crisi iniziò il 15 ottobre 1962 a causa della scoperta da parte di un aereo da ricognizione che sul territorio cubano i Sovietici stavano trasportando missili nucleari. Gli Americani reagirono con un blocco navale che impedì alle navi sovietiche di raggiungere il territorio cubano. Dopo 13 giorni di tensione altissima, vissuti nella trepidazione di una escalation nucleare,
ne, Chruščëv, ordinò il ritiro dei missili in cambio della promessa di non invasione dell'isola. Ma l’accordo prevedeva anche altro. Gli Americani si impegnarono, tra l’altro, al l ritiro dei missili Jupiter installati nelle basi di Turchia e Italia. In Italia c’erano dei missili nucleari ? Sembra proprio di si. La storia ha fatto il suo corso ed ha scoperto che in realtà la dislocazione dei missili sul territorio cubano venne decisa dai Sovietici come ritorsione ad analoga dislocazione di missili strategici americani sul territorio italiano e turco. In particolare, in Italia in seguito ad un accordo internazionale del 26.03.59 erano stai posizionati 30 missili SM-78 Jupiter, equipaggiati con una testata all'idrogeno W-49 da 1,44 megatoni (100 volte più potente della bomba di Hiroshima). Ogni missile era alto circa 19 metri e aveva un diametro di oltre m.2,5. Dove furono dislocati??? Arrivarono in Puglia, a Gioia del Colle a partire dall’01.04.60. E, poi, da Gioia dirottati in 10 siti dislocati su tutta la Murgia. Ogni sito conteneva tre missili. Uno delle dieci postazioni fu allocata a “Scappagrano” contrada sita sulla Provinciale Adelfia – Cassano. Ci passiamo davanti ogni volta che andiamo a Cassano. A tutt’oggi ivi si vede una garritta militare. Rimasero lì nascosti alla men peggio per tre anni, fino a quando in ottemperanza degli accordi siglati nel corso delle crisi di Cuba, tali missili vennero ritirati. Accadde il 01.07.63.
Quello che spaventa non è tanto il rischio bellico corso, quanto quello che emerge da un rapporto del 18.09.61 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. In quel rapporto furono lanciate pesanti critiche contro gli Italiani che avevano la custodia degli stessi missili. Il rapporto rilevò che gli ordigni erano mantenuti «non in sicurezza». Infatti, stando a tale documento le postazioni di lancio erano sistemate in luoghi deserti e poco sorvegliati; le testate erano tenute montate sui missili, invece di essere stoccate al sicuro nei depositi. Gli stessi missili erano tenuti in posizione di lancio, su piazzole all'aperto; i missili erano vulnerabili al sabotaggio: potevano essere colpiti con un normale fucile. Inoltre, la mancanza di adeguate difese aeree nella zona, rendeva i missili troppo vulnerabili dall'alto, anche da azioni solitarie condotte da piccoli aerei.
A dir poco, sconcertante. Tre ordigni con una potenza devastatrice complessiva trecento volte superiore alla bomba di Hiroshima sostarono per tre anni in questo stato ad appena 8 km. dall'abitato di Adelfia.
E’ così che l’episodio più grave di tutta la guerra fredda, meglio nota come “crisi dei missili di Cuba”, meriterebbe di essere più appropriatamente appellata come “LA CRISI DEI MISSILI DI SCAPPAGRANO”
- UN MIRACOLO DI YOUTUBE CHE PARLA ADELFIESE

Quasi 54 Milioni di visualizzazioni in poco più di un mese. Un successo di dimensioni planetarie. You Tube riesce a creare delle star internazionali con la facilità in cui si riesce a fare uno schiocco di dita. Sono questi i miracoli che fa internet. Riesce a dare a tutti una opportunità. Ma quello che c’è di straordinario in questo video e nella grandissima performance dei suoi autori è che uno dei cantanti è originario di Adelfia. E’ quello al centro con i capelli lunghi. La sua voce fa venire i brividi. Si chiama Gianni Nicassio. Suo nonno paterno si chiamava Angelo. Nacque a Canneto. Tanti sono i suoi parenti prossimi che vivono ad Adelfia.
Vi inserisco il link di You Tube, ma VI AVVERTO: PROVOCA DIPENDENZA ! La canzone è così orecchiabile che dopo averlo ascoltato una volta non riuscite più a smettere dal risentirlo e dal canticchiarlo.